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Etiopia: avventure tra gli Hammer

Etiopia: avventure tra gli Hammer

Posted by Alessio Cinquini Gen 23, 2017

Il viaggio intrapreso in Etiopia è stato uno dei più formativi di sempre.
Ricco di imprevisti da risolvere e avventure da vivere, tra rischi, nuove culture ed esperienze ineguagliabili.
Nonostante avessi circa 14 anni sono tanti i ricordi rimasti indelebili.
Non era la prima volta che visitavo il terzo mondo, ma forse era la prima volta che lo guardavo veramente in faccia, dritto negli occhi. Come quelli delle varie ragazze coetanee che mi chiesero di prenderle in sposa per svoltargli la vita, o a quelli del lebbroso che mi passò affianco, trascinandosi con il sedere per terra sulla forza delle braccia, le gambe spellate e due scatole di pelati a riparare le mani che fungevano da piedi.
Eppure ridono.
Esiste una strana legge non scritta dove meno hai e più sembri felice.
Chiaramente la parola felice va presa con le pinse, ma in molti sembrano non possedere l’ormone dello stress.

Il viaggio riguardava tutto il centro-sud, partendo dalla capitale Addis Abeba, per fare un giro circolare che arrivava fino al confine a sud con il Kenya, risalendo poi dal lato opposto per chiudere il cerchio.
Primo imprevisto: dovevamo svolgere questo giro in senso orario, ma a qualche chilometro da Addis Abeba, pochi giorni prima del nostro arrivo, crollò l’unico ponte che univa due lembi di terra separati da un profondo burrone. L’unica alternativa era quella di compiere il giro in senso antiorario, sperando che nelle due settimane abbondanti di tempo avrebbero concluso i lavori.
E così, dopo il primo giorno trascorso nella capitale, partimmo.

Guardando fuori dal finestrino della Jeep, incessantemente sballottato dalle ripetute buche della strada sterrata, potevo ammirare un paesaggio arido ma comunque affascinante. Una terra chiara che alzava grandi polveroni al passaggio di autovetture di vario genere, arbusti secchi alternati a piante di vario tipo, bambini che spuntavano dall’entroterra seguendoci di corsa per centinaia di metri, cercando la nostra attenzione per una bottiglia d’acqua e per divertimento: che bello vederli correre così felici, a piedi nudi incuranti di sassi e spine, urlare a squarciagola con quei sorrisi indelebili sulla faccia.
Da un lato mi metteva un po’ a disagio stare così comodo sul mio sedile salutandoli in stile Regina Elisabetta, ma non potevamo certo fermarci ogni volta che vedevamo dei bambini e sapevo che di occasioni ne avremmo avute.

A causa della mia giovane età non ricordo precisamente i nomi delle varie tappe svolte nel viaggio, ma di fondo si partiva la mattina dal luogo di pernottamento, per arrivare la sera a quello successivo (spesso erano campeggi immersi nel nulla o ostelli in piccoli centri abitati) passando per i piccoli e poveri villaggi sparsi qua e là lungo il percorso e gli affascinanti spettacoli che regalava la natura del posto.
Sebbene Addis Abeba sia in una fase di grande sviluppo, con l’obiettivo di surclassare Nairobi come capitale economica del Corno d’Africa, la maggior parte della popolazione vive sparsa in piccoli centri abitati e piccoli villaggi diramati per tutto il paese.
Lì spesso le condizioni sono decisamente più povere, con problemi di siccità e malattie.
Chi ha l’aratro è fortunato, chi ha ancora i genitori è fortunato, chi non è malato è fortunato.
Ovunque ti fermi per la strada a pranzare vieni assediato da masse di bambini dalle pance gonfie e dalle croste sparse, che tirano i tuoi curiosi capelli da bianco o ti chiedono di regalargli una matita, un braccialetto o qualsiasi cosa che vedono possederti: avrei voluto salvarli tutti, regalare qualcosa a ognuno di loro, ma chiaramente non avevo la disponibilità e in ogni caso tocca andare cauti con ciò che si lascia nel posto, a chi e come, dato che quando noi andremo via ciò che lasceremo rimarrà per sempre.

C’erano tribù e villaggi di tutti i tipi: da quelli più organizzati con diverse famiglie, capanne e un mercato, a quelli decisamente più poveri e primitivi, dalle tribù dei coloratissimi Karo, ai più classici Hammer, ai curiosi Mursi (quelli col piattello sul labbro per intenderci) e di rado anche qualche tribù Rasta.
Ricordo di un villaggio che era visibilmente più povero ed essenziale di altri: cinque o sei capanne che formavano un cerchio irregolare, un palo a cui era legata una mucca alquanto denutrita e due famiglie numerose che giravano un pò qua e un pò là incuriositi da noi. Ci accolse il figlio del capo villaggio, quello su cui avevano riposto la speranza permettendogli un’istruzione , nonché l’unica persona in grado di parlare inglese: ci spiegò che un tempo quello era un villaggio ricco e popolato, sugli argini di un fiume che ora era in secca e che portò quindi siccità, costringendo le varie famiglie a migrare a qualche chilometro di distanza per stare più vicini all’acqua.
Ma questa è solo una delle tante storie amare che vi capiterà di sentire.
Finito il piccolo tour ci dirigemmo al villaggio dove si erano spostate le varie famiglie accennate prima e la situazione era diametralmente opposta. Qui vi erano numerose capanne in schiera che ospitavano un centinaio di famiglie circa, piccoli orti, qualche mucca dalla pancia piena e persone visibilmente meno ammalate e meno affamate.
Qui ho ricevuto la prima proposta di matrimonio della mia vita (tra l’altro da una bella ragazza locale). Si vedeva che il luogo era frequentato da turisti per la loro familiarità con le foto, con la quale ci svoltavano una piccola economia locale.

Oltre alla popolazione e lo stile di vita, che sicuramente cattura data l’enorme differenza che trascorre dal nostro quotidiano, la fauna e la flora svolgono un importante ruolo all’interno di un viaggio del genere.
Più volte abbiamo percorso tratti della famosa Rift Valley, la culla dell’uomo, e la sensazione è stata davvero fantastica: basta poca immaginazione per vedere ominidi aggirarsi con le loro lance in cerca di cibo e sostentamento.. e per fortuna ne erano capaci!
Girando alla ricerca di villaggi e nuove etnie da scoprire si può finire circondati da tratti stepposi che rimandano all’Africa da savana ad alcuni più verdi e rigogliosi che ti immergono nella giungla ricca di vita; è molto variegata l’Etiopia da questo punto di vista.

IL SALTO DELLA MUCCA

Esiste un particolare rituale tra le popolazioni Hammer chiamato il salto della mucca (o del toro). Non accade spesso e tocca essere fortunati per imbattersi in questo rito che simboleggia il passaggio all’età adulta.
Noi siamo stati fortunati e ora vi racconterò quanto ho visto.

Arrivati circa per l’ora di pranzo in questo piccolo villaggio lontano dalla strada principale, siamo stati accolti da alcuni giovani che ci hanno introdotto la situazione e portato nel luogo del culto.
Prima di procedere con il salto della mucca (spiegherò più avanti) ci sono una serie di rituali da svolgere che scandiscono i tempi della giornata e noi arrivammo a rito già iniziato in una delle fasi più cruente: quella dove i Maza, coloro che hanno già svolto il salto in passato, devono frustare con dei rami elastici le familiari donne del ragazzo e tutte le donne del villaggio che desiderano essere frustate. Per quanto cruento e assurdo possa sembrare, questo viene visto come segno di amore verso il ragazzo sotto esame e le cicatrici costituiscono motivo di grande orgoglio per loro.
E così, con le persone del villaggio che in cerchio cantavano e accennavano dei balli, si disponevano le ragazze nel mezzo che sempre ballando venivano frustate sulla schiena lasciando lunghe ferite precedute da forti schiocchi di frusta.

Finita questa fase, si procedeva con la benedizione da parte del saggio del villaggio e la predizione dell’esito del rito. Questa predizione veniva fatta lanciando delle particolari foglie e bastoncini su un recipiente di pietra: a seconda della disposizione di come cadevano indicavano determinati segnali per il futuro. Una maniera decisamente primitiva di predire il futuro che mi portò indietro di qualche era, ancor prima dei romani forse, ma d’altronde nello stesso mondo diverse popolazioni vivono in ere molto distanti tra loro.
Finalmente ebbi l’occasione di vedere il ragazzo: era l’unico nudo (gli altri erano coperti dalle classiche gonne di paglia e ornati di piume e dipinti decorativi) e l’unico ad avere i capelli lunghi, cioè una conciatura afro appunto (le donne portano le treccine ricoperte di un particolare fango dall’odore pungente e gli uomini i capelli corti) ma soprattutto era visibile sulle spalle il peso della responsabilità di una giornata così importante dedicata interamente a lui, con tutti gli occhi puntati su di lui, compresi quelli di una serie di bianchi armati di macchine fotografiche pronti a immortalare il tutto.

Finito anche il momento della predizione e spesi alcuni attimi in altre danze e canti (non hanno praticamente mai smesso di cantare e ballare) iniziammo a procedere verso il bosco mentre il sole iniziava a calare. Tutti insieme, con le persone del villaggio, il ragazzo e una mandria di mucche che qualcuno era andato a prendere (ancora non mi capacito da dove ne fecero uscire così tante) camminammo per circa dieci minuti arrivando in uno spiazzo tra gli alberi, non so se prestabilito o casuale. Qui iniziarono a far girare le mucche formando un grande cerchio dove poco alla volta disposero nel mezzo le cinque meno irrequiete, una a fianco all’altra, formando l’ostacolo che il ragazzo avrebbe dovuto superare:
il rito finale infatti consisteva nel saltare e camminare sul dorso di queste cinque mucche atterrando nel lato opposto per tre volte di fila, cascare avrebbe significato un grande disonore e non essere pronto per l’età adulta.
Il sole ci stava quasi per salutare e il momento era ormai arrivato.
Una volta disposte le cinque mucche, tra la polvere che si era alzata e i canti delle persone del villaggio, il ragazzo prese la rincorsa e saltò.. rapidi appoggi tra le schiene degli animali e con abilità scese dall’altro lato: il primo giro era andato e noi lo incoraggiavamo tesi.
Un sospiro e via, di nuovo un grande slancio, cinque passi secchi e giù per la seconda volta dal lato opposto. Era a cinque passi dall’età adulta ormai. Chissà l’adrenalina che aveva in corpo.
Nell’ultimo salto tememmo il peggio quando la mucca nel mezzo si sbizzarrì cercando spazio dimenandosi tra le altre, ma il ragazzo fu lesto e riuscì a tenere un goffo equilibrio fino alla fine: ce l’aveva fatta!!

Dopo i complimenti al nuovo Maza e i saluti sorridenti con le persone del villaggio con le quali avevamo condiviso un intenso pomeriggio, ci dirigemmo alle nostre Jeep per procedere verso il luogo del pernottamento non troppo distante da là.
Mentre andavamo via la sensazione era quella di lasciare un luogo mistico dove avevamo appena vissuto qualcosa di surreale che ci avrebbe dato da pensare a lungo.

L’Etiopia è magica!

IL MIO SALTO DELLA MUCCA

Qualche giorno dopo ci trovammo nei pressi dei confini kenioti e lì trascorsi due giorni di grandi avventure e spirito d’adattamento, alla luce dei quali posso dire di aver compiuto il mio piccolo salto dell’agnello.
Dovevamo raggiungere un campeggio situato tra due fiumi in secca, le nuvole gonfie e rumorose ci seguivano minacciando un forte acquazzone e la nostra guida ci spronava a procedere velocemente senza dedicare troppo spazio alle soste, conoscendo bene le conseguenze in caso di pioggia.
Succede infatti che i numerosi fiumi in secca che si spargono per quella zona ritornano ad essere rigogliosi fiumi in piena alimentati dall’acqua piovana; bastano pochi minuti di pioggia intensa.
Per raggiungere il campeggio dovevamo attraversare il confine per qualche centinaio di metri facendo una sorta di grande curva ad angolo. Il confine era delimitato dal bosco dove ci trovavamo e la sua fine segnava l’inizio del Kenya.
Il nostro conducente era visibilmente ansioso, dopo poco capimmo che non era solo per la pioggia.
Infatti dopo neanche 200 metri al di là del bosco, fummo raggiunti e affiancati da un’altra jeep che veloce si fermò davanti a noi bloccandoci il passaggio: scese un militare, nero come il carbone e dallo sguardo rigido, che imbracciando un AK-47 aprì lo sportellone del posto a fianco al conducente ordinando al nostro compagno di viaggio di prendere posizione dietro con noi. Era la prima volta che vedevo un fucile del genere fuori dalla playstation ed era a meno di un braccio da me, impugnato da una persona che non sembrava essere molto ragionevole.
Ci portò ad una piccola struttura là vicino, che scoprimmo poi essere una sorta di dogana.
Trascorsero così due ore con la guida, il capogruppo e il soldato dentro ad una stanza, mentre noi aspettavamo là fuori sotto il caldo del Kenya (per fortuna la guida ci aveva messo fretta dall’inizio della giornata!!). Dopo i vari accertamenti, chiamate all’ambasciata e scartoffie burocratiche fummo finalmente liberi di procedere verso il nostro campeggio, finendo – a due ore di distanza- quel piccolo gomito a U e continuando la nostra corsa contro il tempo che sempre più minacciava un forte temporale.

Alla fine arrivammo verso le sei di pomeriggio, e mentre a Roma qualcuno iniziava a sorseggiare il suo aperitivo, noi ci apprestavamo a montare le tende sfruttando la luce del sole calante. Avevamo un po’ di tempo libero prima della cena e io ne approfittai per fare un giro fuori dal campeggio: come dicevo era situato tra due fiumi in secca, distanti circa un chilometro l’uno dall’altro con il campeggio nel mezzo. Incuriosito da voci e risate in lontananza mi diressi verso uno dei due fiumi insieme a un compagno del gruppo: era in corso una partita di pallone!!
Non ci pensai due volte e subito mi misi a giocare con i ragazzi, a piedi nudi sulla pancia del fiume, con un pallone che avrà ricevuto almeno una decina di “interventi”.
Basta veramente poco per stringere rapporti con le persone che ci circondano, trovare un pretesto per un dialogo, scambiare opinioni e sorrisi. Spesso nel mondo occidentale però troviamo difficoltà in questo forse perché abbiamo paura, o non ce lo aspettiamo, o forse ancora perché siamo troppo presi da noi stessi e dalle nostre corse contro il tempo. In Africa basta uno sguardo, un “Hello!” e subito sembra di conoscersi da tempo, non tocca sforzarsi troppo per trovare il pretesto.
Passarono due ore e l’unica cosa che ci fermò era il buio che sempre meno permetteva di continuare. Salutai quindi i miei nuovi amici e mi diressi verso il campeggio, stanco, sudato ma poco affamato.
Stavo per passare una delle sere più lunghe della mia vita.
La farò il più breve possibile:
ero sotto profilassi antimalarica (Lariam) e seppure non mi ha mai causato problemi o sintomi vari, è consigliato di non fare eccessivi sforzi nel giorno settimanale di assunzione del farmaco ed io completamente preso dal pallone me ne dimenticai giocando sulla sabbia per ore faticando parecchio.
Inoltre i presagi di acquazzone che ci seguirono per tutta la giornata decisero di realizzarsi nel bel mezzo della notte. Io e mio padre dormivamo nella nostra tenda piccola e vecchia e lui, che toccava il fondo con i piedi, la ruppe durante il sonno accidentalmente. La conseguenza fu che passai la notte a vomitare a causa del Lariam e ad asciugare l’acqua che stavamo piano piano imbarcando.

In certe situazioni così estreme è fondamentale vedere il lato comico della situazione, perché guardando bene, da un punto di vista esterno, c’è sempre un lato veramente molto comico. E’ quello che ti fa ridere quando racconti la vicenda ai tuoi amici tempo dopo, ma tocca imparare a vederlo anche sul momento quando non si sa come andrà a finire.

La mattina seguente il risveglio fu molto bagnato, ma la pioggia quanto meno era finita.
Avevamo così la possibilità di smontare le tende e dirigerci verso le varie tappe della giornata, ma eravamo ignari dell’ennesimo imprevisto che ci stava aspettando dietro l’angolo.
Infatti, caricate le Jeep, raggiungemmo il fiume che il giorno prima era in secca, ma che dopo una serata di pioggia intensa era diventato un fiume in piena che spingeva forte la sua acqua fangosa. A incorniciare la situazione c’era un furgone, metà sprofondato e metà fuori dall’acqua, che era rimasto intrappolato nel mezzo del fiume: posto sbagliato nel momento sbagliato.
Eravamo intrappolati tra due i due fiumi e l’unica cosa che potevamo fare era aspettare.
Passata circa un’ora io e altri quattro componenti del gruppo ci dirigemmo a vedere com’era la situazione dall’altro lato, un pò per passare il tempo e un pò per vedere come stava messo l’altro fiume.
Niente da fare, era la fotocopia del fiume di prima.
Sconsolati tornammo indietro, ma quando arrivammo.. sorpresa!!!
Il fiume era ancora in piena, ma i vari turisti che aspettavano insieme a noi non c’erano più, mentre le nostre Jeep e il resto del gruppo sostava dall’altra parte del fiume aspettandoci chissà da quanto.
Come era possibile tutto ciò?? Non riuscivamo davvero a spiegarcelo.
Alla fine abbiamo avuto la fortuna di incontrare un gruppo di giovani Masai che passavano di lì e scortati da loro in un punto di secca siamo riusciti passo passo ad attraversare il fiume.
Raggiunti i nostri amici ci siamo fatti spiegare come erano riusciti ad attraversare il fiume e abbiamo scoperto che mentre ci eravamo allontanati l’acqua iniziò a diminuire di potenza calando sempre di più, fino a un momento in cui fu possibile attraversalo con la jeep. Poco dopo però il livello ricominciò ad alzarsi tornando a trasportare una grande portata d’acqua. E li ritornammo noi.

CONCLUSIONI

Ci sarebbero ancora tante storie da raccontare, come quella del matto del villaggio che irruppe in tutta la sua pazzia mentre visitavamo un mercato, o del morso di un insetto che colpì mio padre costringendoci a raggiungere l’ospedale di Addis Abeba, o ancora di quando mi trovai a intrattenere decine di ragazzini improvvisandomi giocoliere utilizzando tre strani frutti come palline.
In generale posso affermare che l’Etiopia mi ha trasmesso un senso di libertà, di ritorno alle origini, dove si può improvvisare ed essere felici, dove ho trovato persone serene, sorridenti e rispettose, il tutto costantemente incorniciato da spettacolari paesaggi e cieli mozzafiato (il cielo dell’Africa è qualcosa di unico).
Un giusto mix tra natura ed etnie che ci ricordano di come il wii-fi non è poi così indispensabile e quanto basta poco per sorridere, anche quando la realtà è decisamente più difficile. Un luogo che mi ha fatto capire ed apprezzare la mia fortuna.

Se state cercando forti avventure e ricordi indelebili rinunciando a qualche comfort, allora l’Etiopia è il prossimo viaggio che vi consiglio di fare!

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