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Passeggio per le vie della città vecchia

Passeggio per le vie della città vecchia

Posted by roberto nicola Giu 8, 2016

Nel caldo insopportabile di una tarda mattinata di Agosto passeggio per le vie di Mostar, cercando di orientarmi tre le contraddizioni di una città con il suo carico di tristi ricordi. Come tutti i turisti venuti qua, anch’io finirò per andare ad ammirare il ponte e lo spettacolo che segue nei giorni d’estate. Da secoli, i giovani del posto danno prova del loro coraggio, tuffandosi da ventiquattro metri nelle verdi e fredde acque della Neretva; una tradizione che ha inizio da quando esiste il ponte. Un capolavoro d‘ ingegneria accompagnato da diverse leggende. Si narra che Hayrudin, l’architetto turco incaricato da Solimano il Magnifico, scappò non appena completato il lavoro per paura che crollasse. Un’altra versione vuole che Hayrudin restò tre giorni sotto l’arcata per dimostrare al Sultano la solidità della struttura. Comunque andò, i 456 blocchi di pietra bianca con cui fu realizzato, rimasero lì per 427 anni.

“Don’t forget ‘93”. E’ scritto su una pietra a ridosso della torre del ponte: monito alla tragedia che si è consumata sulle sponde del fiume. Eppure la vita va avanti, più forte di qualsiasi cosa. E così la pensa Zlatan, un bosniaco-croato, professore di lingue in pensione, che ho incontrato mentre visitavo la “Casa turca” e che mi accompagna per le stradine della città vecchia. E’ piacevole chiacchierare con lui. Parla bene l’italiano ed è un profondo conoscitore della letteratura del “Bel Paese”, citando Dante e le sue opere. Mi spiega che Mostar è sempre stata una città con una forte presenza di visitatori, in parte dovuta alla vicinanza con il santuario di Medjugorie. Ma non solo. La sua posizione – adagiata in una pianura attraversata dalla Neretva – le sue belle moschee (sebbene ricostruite), la vicinanza con il mare e la cucina locale, ne hanno sempre fatto una meta frequentata. Fino a quando il paese non sprofondò nell’orrore. Mostar la rossa. Mostar la città dei partigiani e modello di convivenza della Jugoslavia unita, diventa l’epicentro di quella guerra civile prima ancora che a Sarajevo. Nell’aprile del ‘92 musulmani e croati si alleano contro i serbi che, sconfitti, lasciano la città. I vincitori restano ma la convivenza è forzata. Nel maggio del ‘93 scoppia un nuovo conflitto. I croati, sostenuti militarmente dalla Croazia di Tudjman, vogliono far diventare Mostar una città etnicamente “pura”, scatenando combattimenti casa per casa e spingendo la popolazione musulmana verso la parte orientale.

Il 9 novembre del 1993 l’artiglieria croata bombardò quel ponte che per 427 anni aveva unito la città, per impedire alla popolazione musulmana di accedere alle fonti d’acqua potabile che si trovavano nella zona occidentale. Quasi tutti sono concordi che quello non fu il vero motivo della sua distruzione. Il ponte non era un obiettivo strategico; di lì non passava la linea del fronte. Bisognava colpire il simbolo della convivenza e la sua distruzione fu il gesto che segnò il punto di non ritorno nella guerra dei Balcani. Finito di ricostruire nel 2004, il nuovo Ponte Vecchio è un patrimonio dell’umanità dell’Unesco che non ha mai riconciliato le due anime della città.

Quando verso il tramonto arriviamo a Bulevar Hrvatskih Braniteljia, il viale che segnava la linea del fronte sembra ancora oggi una terra di nessuno, con le facciate dei palazzi smembrati dai colpi di mortaio a dividere il territorio. A distanza di anni, quelle stesse persone che si sono combattute perché fu detto loro che erano diverse, cercano oggi di convivere assieme perché è stato detto loro che sono tutte eguali. Così come nel resto della Bosnia-Erzegovina, dove la riconciliazione etnica passa attraverso la strada della rimozione.

 

Mostar bridge by night

Mostar bridge by night

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