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Incastrata a Malacca

Incastrata a Malacca

Posted by Silvia Carrozzo Nov 21, 2016

Durante il mio viaggio in Malesia, c’è un nome che continua a girarmi per la testa: Malacca.

Decido di andare a vedere com’è questa città che mi sta attirando.
Scoprirò poi che il detto dice “non sei tu che scegli Malacca. E’ Malacca che sceglie te”.
Si trova sulla costa occidentale, poco più a sud di Kuala Lumpur.
Arrivo nel tardo pomeriggio, è affollatissima per il week-end market.
Trovo da dormire vicino al fiume in una guesthouse molto accogliente dove ti senti subito a casa. Letto in camerata con la zanzariera rosa.

Come in tutta la Malesia, ci sono tre comunità: quella malay, quella indiana e quella cinese.
Il centro di Malacca è Chinatown. Vecchi edifici malandati dell’epoca portoghese. E’ pervasa dal fascino coloniale e dal buongusto che ritrovi nell’arredamento vintage delle guesthouse, negozi e caffetterie.
Al week-end market mi faccio predire il futuro da un indovino cinese dalla barba lunghissima di pochi peli bianchi sul mento. Era sulla mia lista di cose da fare prima di morire. Dice che vivrò fino a novanta o cent’anni, mi consiglia il nuoto e di comprare un terreno per costruire dei bungalow. Spendo più di quanto guadagno (questo lo dice anche il mio estratto conto), la salute è buona ma dovrei bere un bicchiere di vino rosso al giorno (il segreto di lunga vita di mio nonno Totò), sarò dirigente di una grossa compagnia (bel salto di qualità per una segretaria disoccupata). E’ l’anno della scimmia, il mio segno zodiacale cinese. E’ il mio anno fortunato, non sono stupida come una scimmia dello zoo ma sono intelligente come uno scimpanzé, dice.
E l’amore? chiedo con gli occhioni da manga.
Non vedo niente sull’amore, risponde.

E ti pareva, però almeno non sono un macaco. Poteva andarmi peggio.
C’è un palco per il karaoke, grande passione asiatica. Signore strizzate in minigonne cantano muovendo un po’ i fianchi. Non importa essere intonati e un po’ le ammiro, io non avrei mai il coraggio visto che sono stonata anche quando fischio, figuriamoci poi indossare una minigonna dopo i trent’anni.

Al centro culturale alcune donne ballano. Io non so resistere alla musica e alla danza. In un attimo memorizzo la coreografia e mi unisco al gruppo. Alcune mi sorridono, altre non gradiscono il fatto che abbia imparato subito la coreografia. Sbaglio un paio di passi di proposito per lasciare lo spazio alle regine indiscusse del palcoscenico.
C’è un’atmosfera particolare a Malacca. Molta gente rimane “incastrata” qui. C’è una vera e propria comunità internazionale di “incastrati”. Trovi il tedesco dagli occhi verdi che indossa sempre un grosso cappello e calzettoni bianchi al ginocchio, il fotografo neozelandese dal cuore d’oro, l’inglese che confeziona borse con i vestiti riciclati, la coreana più simpatica che si possa incontrare, l’insegnante di yoga perennemente arrabbiata con la vita.
C’è anche una comunità di artisti: pittori, musicisti; li trovi nelle caffetterie a dipingere, suonare o preparare il materiale per il prossimo art market.

Passeggiando per Chinatown, vedi le botteghe dei fabbri, il calzolaio, il barbiere, negozi di antiquariato, le pasticcerie che vendono dei dolcetti buonissimi, il negozio degli incensi da offrire al tempio, le farmacie con le erbe della medicina tradizionale cinese.

Alcune serrande aprono durante il giorno e diventano ristoranti dove ho mangiato piatti che sono quasi meglio della parmigiana di mammà e ho scoperto che il riso alla cantonese, in realtà, è un porridge.
Alcune serrande si aprono la sera, invece. Sono i macellai. Se passi da quelle parti, di notte, li troverai a tagliare maiali interi sul tavolo della cucina se non addirittura in strada su dei fogli di giornale, tra la bottega del meccanico e il dentista.

Non ho mai capito perché lo facciano di notte. Una spiegazione pratica potrebbe essere perché di giorno fa troppo caldo, visto che non usano le celle frigorifere, ma a me piace pensare che faccia parte di qualche rito esoterico, perché Malacca è piena di leggende e storie strane.

C’è un’altra serranda che si apre la sera. E’ accanto alla casa dove, dalla finestra, puoi comprare le sigarette di contrabbando. Di giorno è un luogo che i turisti fotografano ma, dopo il tramonto, diventa il posto dove l’indiano vende le birre a un euro e mezzo, la metà del prezzo normale.
E’ lì che io e Cris ci diamo appuntamento tutte le sere, senza metterci d’accordo. Cris è un artista globetrotter che ho incontrato il mio secondo giorno in città, siamo diventati inseparabili. Ed è lui che mi introduce alle leggende di Malacca.

Gli schiavi dell’epoca coloniale vivevano in quella che ora è Chinatown e i lori spiriti arrabbiati girano ancora per i vicoli tanto che nessuno passa da quelle parte di notte, si preferisce fare un tragitto più lungo piuttosto che incorrere in un fantasma.

C’è un caffè che è sempre vuoto, pochissimi avventori. Al piano superiore, le stanze sono sempre sfitte. E’ per quella ragazza vestita di rosso che si aggira di notte, dicono. E’ il fantasma di una sposa.
Un giorno ero in quel caffè quando, dalla stanza sul retro, esce una sposa vestita di rosso. Era lì per fare delle fotografie. Saranno coincidenze ma io ho pagato in fretta e me ne sono andata a gambe levate, lasciando il mio caffè intatto e io sono quel genere di persona che “toglietemi tutto ma non il mio caffè”.
E che dire di quella vecchia casa in cui, di notte, si accendono tutte le luci anche se i proprietari sono fuori città?
Io ci vado a nozze con le storie di fantasmi e leggende, mi sembrano la spiegazione più logica al fatto che ci siano così tanti corvi che non escono da Chinatown.

Le giornate a Malacca passano in tranquillità, ci si ritrova tutti in giro, di giorno a chiacchierare nei caffè, a cena al night market e la sera dall’indiano per finire sul lungofiume di notte a insegnare a Cris qualche passo di tip tap mentre lui canta canzoni indonesiane o mi legge l’oroscopo. Il risultato delle birre a poco prezzo.
Anche sul dormitorio della mia guesthouse ci sono dicerie: il letto F4 è quello di chi si ammala di dengue, F1 e M1 sono i sex beds (non si può neanche immaginare quello che succede nei dormitori), F7 e M7 sono per chi resterà pochi giorni e non verrà “incastrato”, il letto M4 è quello che viene scelto dai più sexy.
I dormitori sono un posto particolarmente interessante dal punto di vista antropologico, soprattutto in una città come Malacca, dove la gente si ferma anche per mesi.

C’è il tedesco che, come prima cosa al mattino, guarda programmi tv sul telefono, il sessantenne inglese che fa yoga, quello che non parla con nessuno e sparisce per tutto il giorno salvo, poi, apparire in guesthouse per cucinarsi i pasti, l’hippy della Florida, il danese che indossa sempre una canottiera con la scritta I love Bali. Che poi, pensandoci, faccio anche io parte del gruppo…

Ognuno ha una storia da raccontare a Malacca. C’è J. che, dopo aver avuto qualche guaio con la polizia al confine, non è più lo stesso e non suona più la chitarra. Puoi incontrare R. che aveva un traffico illegale di medicinali tra Bangladesh e Myanmar, innamorato di una ragazza di Bangkok che gli ha spezzato il cuore. M. cucina ravioli nepalesi per sedurre le ragazze, ha un debole per le bionde, sua moglie è castana.

Per gli “incastrati”, Malacca ha due vite: una dal lunedì al giovedì, quando è solo per noi (sì, anche io sono stata una di loro) e l’altra dal venerdì alla domenica, quando dobbiamo condividerla coi turisti che vengono per il week-end market. La domenica sera, dopo i check-out dagli alberghi, vedi gli “incastrati” riconquistare le strade e le loro routine.
Due o tre giorni sono sufficienti per visitare la città: Chinatown, una passeggiata sul lungofiume, un paio di chiese dell’epoca coloniale, un forte, il villaggio portoghese e una moschea abbandonata sul mare che, pare, sia molto suggestiva al tramonto.

Per un motivo o per un altro, io non sono mai riuscita ad andare a vederla. Sono tornata a Malacca sei mesi dopo per questa famosa moschea al tramonto. Niente. Non ce l’ho fatta neanche questa volta. Forse mi sono tenuta una scusa per ritornarci.

Fate attenzione se decidete di visitare questa città, la leggenda vuole che per ogni “incastrato” che vuole andarsene, un altro debba prendere il suo posto perché non sei tu che scegli Malacca.
E’ Malacca che sceglie te.

    3 Comments

  1. francescarollo@hotmail.it'

    Che dire! Mi hai fatto immaginare questa città cosi bene che mi sembra di esserci stata!

  2. frauvonwind@hotmail.com'

    In un’uggiosa mattinata milanese, incastrata tra le quattro mura di questo ufficio, inizio a leggere e parola dopo parola, frase dopo frase, gli occhi si illuminano e iniziano a diventare lucidi, il cuore si scalda e i polmoni si riempiono pian piano di aria fresca e io ricomincio a RESPIRARE! Grazie di cuore Silly vagamondo, aspetto il prossimo racconto per tornare a respirare di nuovo.

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