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La mia India

La mia India

Posted by Ilaria Cecilia Nov 13, 2016

L’India è sempre stata la meta dei miei sogni. Un po’ per il collegamento con la spiritualità, e quindi la speranza di poter passare qualche settimana tra meditazione e buddhismo allontanandomi dalla frenesia della città, un po’ perché da grande beatlesiana quale sono, volevo ripercorrere i tragitti segnati nel ’68 dai Fab Four.

Dopo anni passati alla ricerca di compagnia per il viaggio, quando ormai le speranze erano quasi svanite, finalmente incontro la persona che sognava quel viaggio tanto quanto me.
Ne abbiamo discusso per qualche mese, cercando di buttare giù un bel progetto di viaggio: dove vogliamo andare, quanto tempo vogliamo stare, come ci spostiamo all’interno del paese.
Alla fine con una bozza non troppo definita delle varie città che volevamo visitare, abbiamo prenotato il volo. Qualche giorno di festeggiamento e poi di nuovo giù, a tracciare tragitti e mete cercando di non arrivare lì troppo alla sprovvista.

Ok, la mappa è pronta, un volo interno prenotato, un bus pagato, il resto lo vediamo una volta atterrati.
Ma quello che non sapevamo è che in India non puoi programmare niente. Succedono sempre cose inaspettate: conosci qualcuno che ti invita al proprio villaggio facendo (piacevolmente) saltare i tuoi piani, puoi ammalarti e buttare i soldi del pullman inutilmente prenotato con mesi e mesi di anticipo, e così via. Alla fine di tutti i programmi fatti, siamo riusciti a rispettare poco o niente.Dopo mesi passati a fare ricerche sull’India tra documentari e blog, una volta sul posto ho realizzato che nessuno parlava di cosa realmente ti aspetta quando sei lì: magari te lo immagini (voglio dire, stiamo parlando dell’India!) ma forse una preparazione più approfondita e mirata non fa male a nessuno. Proverò, per questo, a riassumere la mia esperienza, sebbene sia difficilissimo racchiudere tutta l’India in poche pagine e, soprattutto, mi abbandonerò più alle sensazioni personali che non alle attrazioni turistiche da vedere, che quelle si trovano anche su Google.

MUMBAI. Ricordo ancora perfettamente le sensazioni provate appena uscita dall’aereo. Percepisci che sei in un posto completamente diverso da quello a cui sei abituato se vieni dall’Europa. Sembra strano, ma sono rimasta colpita dall’aeroporto di Mumbai: dopo uno scalo e 6 ore di volo, per uscire abbiamo percorso un corridoio interminabile dotato di moquette soffice e colorata, accompagnati da una musica dolce e rilassante, inondati da un inebriante profumo che non avrei voluto lasciare (soprattutto una volta scoperti i veri odori dell’India!).

Una volta fuori, il mondo esterno era tutto il contrario: l’aria calda rendeva difficile la respirazione, incollando i vestiti alla pelle, nonostante fossimo partiti in canottiera, preparati per il caldo del Febbraio indiano. L’odore di smog non aiutava di certo a prendere l’aria necessaria, e l’invasione di zanzare e autisti di taxi ci confondeva più di quanto non fossimo già.
Storditi dalle prime stranezze del posto, abbiamo perso una buona mezz’ora a cercar di capire che autobus prendere per andare verso il centro.

Niente, impossibile capirci qualcosa: l’unica soluzione era chiedere.

Agli indiani non sembra vero quando uno straniero gli si avvicina (e se non sei tu a farlo stai certo che saranno loro a venire da te). Solo che nemmeno loro avevano le idee ben chiare, chi ci diceva una cosa, chi un’altra.

Alla fine ci fidiamo di un gruppo di giovani e saliamo su un autobus, ovviamente vecchio, trasandato e pieno di gente.

Ricordo ancora la mia reazione appena giunti su una delle strade principali: in pochi metri di corsia c’erano automobili, moto, autobus, taxi, rickshaw, tuck-tuck, pedoni, cani, gatti, mucche, scimmie e capre, tutti che andavano in direzioni diverse, accalcati in un modo al limite della realtà. Gente che attraversava a mezzo millimetro di distanza dai veicoli che procedevano a velocità elevate, calcolando alla perfezione lo spazio-tempo necessari per non rimanere spiaccicati sull’asfalto.
Il tutto costantemente contornato da un assordante ed incessante suono di clacson.
Il clacson in India va di pari passo con il pedale dell’acceleratore: se cammini, suoni. Sempre, per ogni cosa.

Sono rimasta terrorizzata e ho iniziato a convincermi che in un mese e mezzo in India non avrei mai potuto attraversare una strada.
Non avrei nemmeno potuto sperare nei semafori pedonali, che pur ammettendo la loro esistenza, non sarebbero stati rispettati da nessuno.

Insomma, il traffico in India è una spaventosa giungla senza regole.

3mumbai

Sull’autobus conosciamo un ragazzo, Ganesh, indiano trasferitosi in Germania per motivi di studio. Dopo qualche consiglio su dove andare e come muoverci, ci invita a casa sua, poco distante da Mumbai.
Per poco distante si intende: un autobus, un treno, un cambio di treno, un altro cambio di treno, un taxi, un tuck tuck.

Il primo treno è stato un trauma. Le gambe tremavano dalla stanchezza e la schiena stava per spezzarsi sotto il peso dello zaino gonfio di roba (tra l’altro oggetti e vestiti quasi del tutto inutili. L’unica cosa fondamentale si è rivelata essere la carta igienica.). Sulla banchina non potevamo nemmeno sederci, in primis perché non c’erano panchine, in secundis perché Ganesh ci aveva messi in guardia: “dovete essere pronti a saltare sul treno prima di tutti, rimanete uniti e prendete a gomitate chi cerca di superarvi”.
Nel panico più totale, dopo ore di attesa per il giusto treno, riesco ad attaccarmi allo zaino del mio compagno e riusciamo a salire quasi per primi, conquistando addirittura dei posti a sedere.
Dopo questa sfida, ho tirato un sospiro di sollievo pensando che in fin dei conti avrei potuto cavarmela discretamente.
Arrivati a casa del nostro amico, veniamo accolti dal padre e dal resto della famiglia come se fossimo stati figli che mancavano da casa da diversi anni. Dopo averci nutriti e averci offerto il pavimento del salone per passare la notte gratuitamente, Tanaji, il padre, ci invita al suo villaggio natale: il giorno dopo si festeggiava un matrimonio, al quale teneva a farci andare – poi abbiamo capito che premeva così tanto per la nostra presenza perché avrebbe potuto vantarsi di noi con tutti gli abitanti del villaggio.
Accettiamo, eccitati dall’inaspettata esperienza.

RAMKRISHNA NAGAR. Il giorno dopo, alle 5 di mattina, Tanaji viene a prenderci con la sua macchina, accompagnato dal fratello e sua consorte. Durante il tragitto fanno tappa prima dal dottore, poi a prendere le medicine, poi ci portano a prelevare, alla fine ci offrono un pranzo da sentirsi male, sgridando i camerieri ogni volta che i nostri piatti erano vuoti. E in India, si sa, è maleducazione rifiutare cibo offerto.

1villaggio

Il viaggio è stato incredibile: le autostrade sono come le nostre, a parte il fatto che da loro è normale percorrerle contromano e fermarsi in mezzo alle corsie. Tanto è vero che i cartelli stradali non indicano la velocità massima consentita, ma pregano i guidatori di non sostare nel bel mezzo della carreggiata.
Ciò nonostante, riusciamo a raggiungere il villaggio sani e salvi. La casa era una gigantesca struttura colorata di architettura più futuristica che indiana. Ci saranno state 30 camere da letto, dove non c’erano mobili se non i soli materassi per dormire; anche il salone era spoglio di cose, esclusi un divano, due poltrone e ovviamente un televisore al plasma da 42’’.

2villaggio

Non mi è ancora ben chiaro di chi fosse quella casa, perché poco dopo Tanaji ci ha portati in un’altra abitazione, dove viveva sua moglie. Una semplicissima struttura rettangolare divisa in due grandi stanze: nella prima c’era un letto, nell’altra la “cucina”. Il pasto che ci ha offerto è stato cucinato davanti ai nostri occhi, con un improbabile fornello adagiato a terra e pochi altri attrezzi. Del tavolo nemmeno l’ombra, ci hanno fatti accomodare sul pavimento e le posate erano le nostre stesse mani (o meglio: solo la mano destra… in India la mano sinistra è considerata sporca e non ci si possono toccare né cibo né soldi né persone. Il motivo è meglio se non ve lo spiego, chi è interessato può fare qualche ricerca online!). Comunque il pasto era ottimo.

Al matrimonio la maggior parte degli invitati (ovvero l’intero villaggio) non aveva mai visto un bianco: chi ci fissava incuriosito, chi sembrava intimorito dalla nostra presenza, chi veniva a toccarci incredulo, chi si avvicinava chiedendoci di fare una foto con lui come prova inconfutabile di quello che aveva visto, chi rimaneva a debita distanza scrutandoci come fossimo alieni.

Dopo le tradizionali cerimonie del matrimonio (lo sposo che fa il giro del villaggio a cavallo seguito solo dagli uomini, i balli scatenati dei ragazzi, il rituale degli anziani che fanno non-so-che con le noci di cocco ecc..), finalmente il matrimonio inizia.

3villaggio

4villaggio

C’è moltissimo da raccontare sullo svolgimento degli eventi, ma mi limiterò a dire che qualcuno con un microfono ci ha invitati a salire sul palco per parlare a tutti. Agitatissima, ho lasciato parlare il mio compagno, che ha ringraziato tutti e augurato una buona vita agli sposi: augurio forse sbagliato visto che erano le uniche due persone tristi, da far male solo a vederli. Probabilmente era un matrimonio combinato.

5 villaggio

Dopo ore passate a sorridere davanti alle varie macchine fotografiche e/o smartphone (ebbene sì, nel villaggio più sperduto dell’India, tutti hanno uno smartphone), con le mascelle doloranti, andiamo a riposarci prima di prendere il pullman notturno che ci avrebbe portati in Aurangabad.

AURANGABAD. Dopo diverse ore di pullman, provando a dormire tra una buca e un’altra (come non se ne vedono manco a Roma), cercando di ignorare l’autista che su 7 ore di viaggio 6e45 le ha passate suonando il clacson, arriviamo a destinazione alle prime luci dell’alba e ci mettiamo subito alla ricerca di un hotel.
Trovato. Il tizio alla reception era losco a dir poco, un occhio ferito tale e quale a Scar del Re Leone. Lui e la sua voce roca, la poca luce presente nella “hall”, la scarsa pulizia e il resto, mi hanno portata a pensare che quello non fosse un hotel ma un luogo per rapinare ed uccidere i turisti.
Invece la camera c’era! E purtroppo anche il bagno: un water, un rubinetto altezza ginocchio e un secchio. Il secchio fungeva da lavandino e da doccia. Il tutto, ovviamente, mai stato pulito da nessuno.
Comunque per 5€ a notte uno non può aspettarsi di meglio.
Senza riposo ci avviamo verso le grotte di AJANTA, un luogo incredibile: un tempio buddhista scavato interamente nella roccia, la cui costruzione ha impiegato ben 200 anni di lavori.

1 aurangabad

Il giorno dopo capatina alle grotte di ELLORA, non troppo distanti, né troppo diverse. Ma entrambe meritano una visita.

2aurangabad

3aurangabad

Dopo un’altra notte passata sul pullman, torniamo a Mumbai.

MUMBAI. Con un traghetto partito dal Gateway of India, arriviamo all’isola di Elefanta, dove mi sono goduta più la camminata di mezz’ora, salendo all’incirca sedici milioni di gradini, che non il tempio, che dopo aver visitato Ajanta ed Ellora è del tutto evitabile.

1mumbai

Mumbai (nonostante sia la città più inquinata del paese) mi ha colpita molto, in particolare il quartiere di Colaba: la bellissima architettura abbandonata a se stessa, invasa da alberi maestosi e piante verdi che riempiono le strade di colore; la lunga via di negozi e bancarelle dove puoi trovare di tutto; il matrimonio sul molo dove ci siamo imbucati e dal quale siamo stati cacciati in malo modo dalle guardie.
Ho ancora gli odori ben saldi nel naso e nel cervello, le sensazioni, la felicità di trovarmi lì.
Certo, se parli dell’India non è tutto rose e fiori: ogni marciapiede è abitato da famiglie che dormono su una coperta, senza neanche uno scatolone o simili a riprodurre un muro. C’è gente più povera dei poveri delle slum.
Di solito si parte informati e preparati su ogni aspetto del posto, ma quando sei lì e vivi queste cose, è tutta un’altra storia.

GOA.  Dopo vari mezzi di trasporto persi a causa di febbri e dissenterie, riusciamo prendere il pullman peggiore della storia dei pullman. Stretto, scomodo, tv accesa in hindi a tutto volume per la maggior parte della durata del viaggio, buche a non finire: le 14 ore più brutte della mia vita.
Grazie al cielo il posto dove ci ha lasciati, Goa, ha lasciato me senza fiato. Palme altissime che filtravano il primo sole della giornata, verde ovunque, poche macchine (forse perché era l’alba?).
Avevamo il volo prenotato poche ore dopo quindi abbiamo passato le quattro ore a nostra disposizione ad Arambol facendo colazione nel posto più rilassante di tutta l’India, passeggiando tra i bazar e facendo un bagno nell’Oceano Indiano in mutande e reggiseno (non c’era tempo di cercare il costume negli zaini).

1goa

Poche ore dopo eravamo a Nuova Delhi.

NEW DELHI. Dopo 10 giorni riusciamo a farci la prima (ed unica) doccia con acqua calda, che addirittura usciva da sopra la testa: di solito c’era solo un secchio da riempire e riversare sul corpo. E’ stato bellissimo.

1delhi

Dopo qualche ora spesa nella via del Main Bazar, ci inoltriamo nel sud della città alla ricerca del bansuri (flauto indiano). Le vie erano come nel resto dell’India: piene di gente, veicoli e animali. Immondizia ovunque, mucche sdraiate in mezzo alle corsie. Pozzanghere formate da acqua piovana, bisogni di animali e anche di umani, che senza problemi si accovacciano sul ciglio della strada per liberarsi del pranzo. Alzando lo sguardo ci si ritrova davanti a un groviglio di cavi elettrici più o meno adagiati su pali e muri. Smog, traffico e clacson.

2delhi

Tornati in centro, decidiamo di provare il rickshaw: una bicicletta con carrozza attaccata dietro. I sensi di colpa nel vedere il sudore di un esile cinquantenne che pedalava in salita, in discesa, nel traffico e nello smog per trasportare noi seduti dietro come due pascià, mi ha fatto stare male per diverse ore. C’è però da considerare che in questo modo si guadagnano i soldi che permettono loro di vivere. O almeno così mi hanno detto.

3 delhi

Un posto degno di nota è il Lodhi Garden, un verde parco pieno di alberi, fiori, uccelli e tombe (che detto così sembra brutto ma sono strutture bellissime).

4delhi

Nuova Delhi è la città meno indiana dell’India: il turismo, i grattacieli, la funzionante metropolitana e le moderne strutture la avvicinano molto a una capitale Europea.

Il giorno dopo siamo saliti su un pullman per il Rajasthan.

2mumbai

JAIPUR – la città rosa. Forse più caotica di Mumbai e Delhi, sia a livello di traffico che di persone. Qui alla solita fauna di mucche capre cani e topi si aggiungono anche elefanti cammelli e cinghiali.
L’unica cosa che mi è piaciuta, nonché unico motivo di visita di questa città, è stato l’Hawa Mahal, la famosa costruzione che consiste in un muro rosa gigantesco dotato di centinaia di finestre e finestrelle (costruito da un principe per permettere alle donne di corte di guardare cosa succedeva per la strada senza essere viste). Vale la pena entrare dentro, è molto interessante e la vista dall’alto molto suggestiva.

1jaipur

Poco distante da Jaipur, a 3000 rupie di macchina privata con autista, c’è il Galwar Bagh, il tempio delle scimmie, che vale una visita sia per la magnifica costruzione, sia per l’assurda esperienza.

PUSHKAR. Pushkar è la città sacra (come il 90% delle cose in India), dove ci sono regole ben precise da rispettare, come ad esempio: è vietato introdurre carne. Cioè i piatti sono solo vegetariani (il mio paradiso, essendo vegetariana!). La città si sviluppa tutta intorno a un lago, puoi girarla completamente a piedi in massimo due ore, spendendo metà del tempo perso tra le bancarelle della via principale.

2pushkar

Qui siamo riusciti a rilassarci un po’.
Per strada si vede solo qualche moto (dotata dell’immancabile clacson) ma, una volta in hotel, dalla terrazza si può godere della vista sul lago in completo relax, sorseggiando una tazza di chai, il tipico tè indiano, speziato e buonissimo.

1pushkar

E’ uno dei posti che mi è piaciuto di più e mi ha lasciato una bellissima sensazione di benessere dentro.

JODHPUR – la città blu. A primo impatto la città blu di blu ha ben poco. Anche qui traffico e confusione.
Inoltrandoti nella città riesci a godere di un po’ di quiete, passeggiando tra i vicoletti colorati.
Magnifica è la vista dall’alto, offerta sia dai vari ristoranti situati sui tetti, sia dall’enorme forte che sovrasta la città.

2jodhpur

Una volta dentro al forte, abbiamo raggiunto un punto dove alzando gli occhi al cielo la vista ci si è riempita di aquile. Centinaia, migliaia di aquile. Totalmente eccitati dal fatto di aver visto tutte quelle aquile, abbiamo scoperto solo dopo che in realtà erano poiane.

1jodhpur

JAISALMER – la città d’oro. Bellissima. Qui il forte non è un’attrazione turistica, bensì il vero e proprio cuore della città. Dentro ci sono negozi, hotel e ristoranti. Purtroppo la presenza di tutte queste attività commerciali rischia di rovinare la vecchia struttura del forte, per questo vogliono chiudere tutto e molte guide turistiche pregano i visitatori di non alloggiare al suo interno. Cosa che ovviamente noi abbiamo fatto.

1jaisalmer

E’ talmente bello che è difficile resistere alla tentazione di prenotare una camera al suo interno. Forse è stato il posto che ho preferito. Anche qui riesci a godere della poca tranquillità che l’India ti permette.

All’ingresso del forte non puoi non imbatterti in una famiglia di zingari indiani che suonano strani strumenti musicali e vendono cavigliere e altre chincaglierie tipiche.
Attratti da questo strumento musicale del Rajasthan, la ravanhatta, facciamo amicizia con loro, che ci invitano nella propria abitazione: due semplici capanne di cemento, una piena di legna e l’altra completamente vuota, a parte due teli stesi sul pavimento e un buco nel muro in cui c’era infilato un televisore (a pensarci bene non credo ci fosse la corrente elettrica all’interno…).

Arrivati a destinazione, realizziamo che i nostri quattro nuovi amici non erano soli: ad attenderci troviamo una grande famiglia composta da 3 o 4 nuclei principali, più o meno 50 bambini cadauno, che giocavano strillavano ballavano e mi chiedevano la macchina fotografica per immortalare qualsiasi cosa gli passasse a tiro.
Poco dopo iniziano a suonare e cantare tutti insieme per noi, è stato molto bello.
Dopo averci offerto chai e chapati, averci venduto la ravanhatta e lasciato il loro indirizzo per mandargli le foto di gruppo scattate, ci salutano calorosamente.

2jaisalmer

3jaisalmer

E’ fondamentale fare queste esperienze in India perché tra tutti i negozianti e i tassisti che ti assalgono e ti gonfiano i prezzi per provare a guadagnare qualche soldo extra, è importante capire chi sono gli indiani genuini. Ospitali, cordiali, pronti a offrirti anche la loro casa per farti stare bene.

Jaisalmer è anche la casa del Lassi Bhang: venduta legalmente in un unico negozio riconosciuto dallo stato è, in poche parole, marijuana. Marijuana sotto forma di biscotti, yogurt, uno strano impasto simile al miele e anche la tipica forma a sigaretta. Ovviamente lo abbiamo provato ma non posso raccontare pubblicamente gli effetti che ha avuto su di noi.

BIKANER. Due parole: Karni Mata. Il tempio dei topi. Ovviamente bisogna entrare senza scarpe, perciò consiglio di attrezzarsi con più paia di calzini. Noi ne abbiamo portati solo due a testa, ma forse il doppio sarebbe stato meglio.
Topi ovunque.
Topi non intimoriti dagli esseri umani, che li venerano, li nutrono, li accarezzano.
Per gli indiani uno degli onori più grandi della vita è visitare questo tempio e sedersi con i topi permettendogli di salire su gambe, braccia, collo e qualsiasi altra parte del corpo. Una cosa raccapricciante. Ho passato tutto il tempo a saltellare su me stessa per evitare che i ratti mi salissero sui piedi. Assolutamente da visitare.

1 bikaner

Da Bikaner a Delhi riusciamo a prendere un treno prenotando una cuccetta (cioè un lungo e duro sedile dove sdraiarsi). Fortunatamente il treno era vuoto e il viaggio è stato confortevole e divertente.
Altra cosa importante: se come me soffrite l’aria condizionata (onnipresente in tutte le strutture del paese alla modesta temperatura di 20 gradi sotto lo zero), prenotate treni e pullman senza A/C: basta aprire un finestrino e l’aria fresca entra senza problemi!

3bikaner

AGRA. Il viaggio peggiore della mia vita. Con un pullman serale da Nuova Delhi, raggiungiamo Agra in poche ore. Poche ore molto sofferte. Il bus più vecchio e fatiscente che si possa immaginare: la sporcizia (alla quale ci si abitua, per spirito di sopravvivenza), il poco spazio tra il nostro sedile e quello davanti che ci torturava le ginocchia, i bagagli di tutti i passeggeri lasciati nel corridoio per mancanza di altri spazi, luci di natale per agghindare un po’ il mezzo di trasporto e distrarre dal resto dei problemi, i tre o quattro capi della spedizione che urlavano a squarcia gola per far notare che il pullman era il loro.

1agra

Dopo la prima ora iniziamo a sentire un po’ freddo e quindi a chiederci se avevamo sbagliato e scelto un pullman con aria condizionata.
Alla fine ci rendiamo conto che il finestrino era aperto. Cercando qualcuno che avrebbe potuto chiuderlo, notiamo che tutto il lato sinistro mancava di finestre. E di porte.
Quindi indossate sciarpe, felpe e qualsiasi altro indumento fosse a nostra portata, abbassiamo la testa iniziando il conto alla rovescia per l’arrivo. Arrivo che, grazie al cielo, è stato anticipato a causa di lavori in corso lungo il tragitto: i capi decidono, quindi, di accorciare il nostro viaggio, lasciandoci nel cuore della notte sul ciglio dell’autostrada, indicandoci il percorso da fare per arrivare al centro abitato. Dieci minuti di terrore.

Arrivati sani e salvi in hotel, riposiamo un po’ e ci svegliamo alle 5 per correre al Taj Mahal, sperando di evitare la massa.
Raggiunto il monumento un’ora più tardi, la gente in fila era già parecchia e non siamo riusciti ad entrare prima delle 7:30.

2agra

Mi raccomando: per andare a visitare il Taj Mahal lasciate a casa cibo di qualsiasi natura (incluse gomme e caramelle), sigarette, tabacco, accendini ed eventuali strumenti musicali… è vietato introdurre più o meno qualsiasi cosa, e non si fanno problemi a farti fare un’altra fila per riporre i tuoi oggetti nelle cassette di sicurezza e a farti rifare l’interminabile fila, che avevi già fatto fino alla fine, per entrare. Comunque ne vale assolutamente la pena 🙂

RISHIKESH. La città dove nasce il sacro fiume Gange, altro posto incantevole, nonché base dei Beatles in India, dove hanno studiato meditazione con un grande maestro (il Maharishi Mahesh Yogi), che poi si è rivelato essere una crepa.

Ma poco importa.

Essendo la sera prima dell’Holi, trovare un mezzo di trasporto e un hotel con due posti liberi è stata un’impresa: durante questa festa sacra, che celebra la vittoria del bene sul male o qualcosa di simile, tutta l’India si smuove viaggiando da una parte all’altra del Paese.
L’Holi è bellissimo: tutta la folla si riversa in giro per le varie città, armata di polveri di ogni colore che lancia su chi gli capita sotto tiro.
Arrivati a destinazione alle 4 di notte e ottenuta una camera solo alle 10, fomentatissimi per l’esperienza dell’Holi, decidiamo di fare un paio di ore di sonno per poi buttarci nella mischia.
Alle 12:00 arriviamo al centro.
Tutto finito.

Un ragazzo ci ha poi spiegato che la festa inizia la mattina presto e che all’ora di pranzo tornano tutti a casa perché sono talmente ubriachi da non poter più restare per le strade e devono necessariamente mettere qualcosa sotto ai denti.
Comunque qualcuno per strada contento di riempirti di colori, si trova sempre.

La vista di Rishikesh non può che tirarti su di morale: in mezzo alle montagne, immersa nel verde, ti regala tramonti mozzafiato.

1rishikesh

Il giorno dopo lo passiamo quasi tutto all’Ashram dei Beatles. Un enorme posto abbandonato, costituito da mille strutture più o meno grandi, tutte abbastanza distrutte (se non erro ha chiuso negli anni ’70 e da allora nessuno se ne è più occupato). Per me sono state ore magiche, volevo vedere ogni centimetro quadrato del posto dove quasi 50 anni prima il mio gruppo preferito aveva concepito uno dei loro migliori album: il White Album.

2rishikesh

Ovviamente per entrare abbiamo dovuto corrompere il custode con 100 rupie a testa.
Una cosa da ricordare dell’India è che se vuoi fare qualcosa che legalmente non potresti fare, allungando poche centinaia di rupie ti si aprono molte porte.

VARANASI. Dopo essere tornati a Delhi, arriviamo a Varanasi in aereo! Un lusso. La scena successa appena usciti dall’aeroporto rimarrà con me per tutta la vita: come al solito appena scendi da un qualsiasi mezzo indiano, trovi 2193840 autisti di taxi, tuck-tuck e quant’altro a urlarti offerte, spingendoti verso la propria macchina per battere la numerosa concorrenza.
In quell’occasione eravamo preparati: dopo più di un mese sul posto, avevamo imparato che tutti loro, vedendoti turista, gonfiano i prezzi come se non ci fosse un domani. Ora, si sa che agli indiani piace contrattare, ma in quel caso erano tutti cocciuti e non volevano scendere di prezzo.
Dopo tutto quel tempo in India, ci autoproclamiamo esperti di economia locale e decidiamo che i prezzi erano troppo alti e che la soluzione migliore era tirarsela per far tornare indietro uno di loro che potesse portarci in città a prezzo ridotto.
Mai pensiero fu più sbagliato.
Sotto il sole cocente, più o meno 40 gradi all’ombra, con pesantissimi zaini in spalla, iniziamo a percorrere una strada che sembrava non avesse fine.
Per 4 o 5 chilometri i più accaniti autisti di tuck-tuck si alternavano accostandosi a noi per lanciare nuove offerte. Ma nessuno proponeva prezzi ragionevoli.

Alla fine, presi dall’orgoglio, tiriamo dritti sperando in qualche autobus.
Quasi giunti alla fermata ci si accosta uno dei tipici autobus-dei-poveri: una specie di jeep stracarica di cose e persone, con l’addetto al sali/scendi appeso nel retro senza nessuna protezione a dividerlo dall’asfalto.

1varanasu

Ebbene, questo santo ci carica, facendoci posto vicino a lui, per la modica cifra di 10 rupie a testa.
Fino a quando si è accorto che eravamo benestanti. A quel punto inizia a ritrattare, dicendo che 10 erano i chilometri e non le rupie e alza il prezzo a 200r a persona.
Delusi e amareggiati per quell’esperienza fichissima finita però nel peggiore dei modi, scendiamo e veniamo caricati da un eroe che passava di lì per dirigersi proprio a Varanasi.
Ovviamente ci ha chiesto soldi, ma almeno è stato onesto ammettendo lui stesso che stava lucrando su di noi anche se avrebbe potuto evitare.

Altra cosa importante, che se ho già detto faccio bene a ripetere: in India, se sei turista, ti crepano tutti. C’è poco da fare.

A Varanasi ci aspettava una bellissima sorpresa: i mezzi di trasporto motorizzati hanno il divieto d’accesso per tutto il lungo Gange! Il che voleva dire niente clacson e niente rischio di venire investiti da tuck-tuck lanciati a tutta velocità.
La città comunque non è più calma delle altre: essendo sacra, è luogo di destinazione di molti indiani. Il fiume pieno zeppo di barche e barchette.

2vara

Sulle strade gente e mucche in ogni dove e, appena fuori dalla zona dei Ghat vietata ai veicoli, vieni travolto da una miriade di vetture. Fortunatamente le maggiori attrazioni sono all’interno della zona “orecchie a riposo”.
In particolare, non bisogna perdere il funerale indiano. Colpisce molto ed è un’esperienza parecchio forte: tutta la famiglia riunita intorno al cadavere che viene bruciato per diverse ore non può lasciarti indifferente.

4vara

Per il resto ci si può rilassare facendo un giro in barca sul Gange e passare una piacevole serata nel Ghat principale, dove ogni sera si tiene il famoso rituale del quale ovviamente non so il nome.

5vara

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Ancora pochi e diretti consigli da ricordare a chi decide di visitare questo bellissimo paese:
– NON bere la loro acqua, se non in bottiglia. Questo vuol dire anche niente ghiaccio e niente frutta lavata con acqua.
– Non esagerate con le cose da portare in valigia: lì si trova tutto, a prezzi bassi. E dopo un po’ di shopping lo spazio non vi basterà per portare tutto indietro!
– Non meravigliatevi se vedete due uomini adulti tenersi per mano: non sono gay dichiarati, sono semplicemente amici legati da molto tempo.
– Se un autista vi dice che prima della destinazione da voi scelta si fermerà in una via commerciale, ditegli che siete contrari: vi farà perdere tempo solo per prendere le commissioni dai vari negozi dove vi sarete fatti trascinare.
– Se un autista vi consiglia un bellissimo ed economico hotel dove dormire, non dategli ascolto: probabilmente vuole portarvi nella peggior bettola del posto, gestita da qualche suo parente.
Per hotel e i ristoranti affidatevi alla vostra guida turistica (noi con la Lonely Planet ci siamo trovati bene).
– Allenatevi a non dormire per 24/48 ore di seguito! Tra un pullman e un altro forse non ci sarà tempo per riposarsi.
– Non stupitevi se gli indiani maltrattano gli animali: i cani hanno paura di ogni essere vivente, abituati come sono ad essere presi a calci e sassate.
Le mucche, anche se sacre, sono fastidiose e spesso pericolose, per questo molti di loro le allontanano con un bastone. Lo stesso bastone usato per difendersi dalle aggressive scimmie che abitano in ogni angolo dell’India.
– Le zanzare sono ovunque, preparatevi e comprate zampironi come prima cosa.
– Riempite lo zaino di carta igienica, saponette e soprattutto imodium.

Letture consigliate: Shantaram (di Gregory David Roberts)

Preparazione pre-viaggio: non sono obbligatori vaccini, ma noi abbiamo preferito fare quello per epatite A, profilassi per la malaria e soprattutto largo abuso di fermenti lattici per lo stomaco.

    1 Comment

  1. fgiuncato@gmail.com'

    Un racconto da leggere tutto d’un fiato! Essere turisti in India non è facile, e le (dis)avventure che hai descritto sono vere. Ma gli odori che questo bellissimo triangolo di terra ti lascia, sono un regalo che durerà per sempre. Grazie Ilaria per avermi riportato lì. E le fotografie…una più viva dell’altra! ^^

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