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L’Uganda vista da un Muzungu

L’Uganda vista da un Muzungu

Posted by Alessio Cinquini Giu 7, 2016

Vivere e sopravvivere sono due parole così vicine per due realtà così lontane.
Quanta differenza trascorre tra esse?
Quanto cambiano le abitudini, gli odori, i tempi, la mentalità?

In Uganda ho trascorso 3 settimane, partendo per un campo di volontariato (tramite il Servizio Civile Internazionale, con il quale mi sono trovato molto bene a livello di organizzazione in quanto lavorano da tramite con le associazioni locali) che ha sicuramente condizionato la mia esperienza nel posto: in altri paesi che ho visitato da turista ho avuto la possibilità di vedere gran parte del paese per farmi un’idea reale di come vivono i vari popoli, in questo modo invece ho vissuto con loro e come loro nello stesso posto, vedendo poco del resto del paese.

Arrivato all’aeroporto di Entebbe dopo lo scalo per Addis Ababa, felice di aver ritrovato i bagagli senza alcun problema e dopo aver fatto il visto di 70 euro, mi sono diretto verso l’uscita. Varcata la soglia sono stato accolto da una folla di gente che si spingeva dietro una corda cercando la mia attenzione per chissà quale offerta, ma io avevo già chi mi aspettava e provando a non incrociare mai lo sguardo con nessuno, curiosavo tra i numerosi cartelli quello con su scritto il mio nome. Non l’ho trovato.
In compenso ho trovato una ragazza con un cartellone sul quale appariva chiara la scritta “Uganda Volunteer” e a colpo sicuro l’ho salutata e raggiunta.
Ve la farò breve: non erano loro e l’ho scoperto solo la sera una volta arrivati alla Guest House e solo dopo essermi ambientato con gli altri volontari (casualmente aspettavano un altro Alex, ma in serata, e sempre casualmente c’erano due compagnie di volontariato alle 13:30 del 18 luglio all’aeroporto di Entebbe). Inizialmente ho pensato “perfetto, sono arrivato in pieno stile, sto da solo in mezzo all’Uganda con una compagnia di volontariato che mi ospita e una che mi cerca”. Ma in Uganda non sei mai da solo, anzi: “It’s ok” è uno dei must del paese e una delle frasi che sentirete più spesso. Se c’è un problema si risolve, e per farlo ci sarà sempre qualcuno pronto ad aiutarti, e così è stato. Dopo qualche chiamata e un pernottamento (pagato) nella loro guest house, mi sono venuti a prelevare il giorno dopo con tanto di sorrisi e ben venuto (tra l’altro le due compagnie non si conoscevano e i due “boss” hanno avuto modo di confrontarsi su programmi e quant’altro. Chissà se da questo mio errore non nasca una collaborazione).

Finalmente inizia l’avventura.
A bordo di una piccola Jeep, con un po’ di reggae passata nella radio, ci dirigemmo insieme al boss e all’accompagnatore verso la seconda Guest House, quella giusta questa volta.
Ebbi finalmente modo di realizzare che ero in Africa: una terra rossa accesa che alzava grandi polveroni al passaggio di mezzi arrangiati, trainati da animali o vecchi motori cinesi; e poi c’erano uomini, donne, anziani, bambini, cani malati e galline vivaci, tutti per strada, negozi per strada, musica per strada.. tutto lì si vive nella strada, all’aria aperta, a contatto con tutti (questo anche perché le case e i negozi spesso sono troppo piccoli per stare dentro).
Dopo un tragitto durato un’ora e mezza (sarebbero stati 45min se la strada principale non fosse stata così trafficata) arrivammo nel punto di ritrovo dove ad aspettarmi c’erano quasi tutti i miei nuovi compagni di avventura.
Il team era così composto: cinque volontari locali, che ci avrebbero aiutato con la lingua e il programma e noi cinque volontari internazionali (due ragazze danesi, un olandese, un norvegese alti e biondi e un italiano basso e moro. L’inizio di una barzelletta verrebbe da dire). Il nostro campo era di tipo manuale e sociale: situati nel villaggio di Kikooba la mattina si costruiva con strumenti rudimentali (bagni, pavimenti, un campo di pallavolo ecc.) e nel pomeriggio si intrattenevano quell’ondata nera di piccoli marmocchi sorridenti (sorrisi a meno di 32 denti spesso corrosi e sporchi).

E così al mio terzo giorno di permanenza in Uganda arrivammo finalmente al nostro “villaggio” situato ad un’ora e mezza dalla capitale Kampala.
I villaggi in Uganda non sono costituiti da quattro capanne intorno ad uno spazio centrale così come da immaginario collettivo, bensì sono divisi in zone che potremmo definire quartieri in mezzo al verde, dove si sparpagliano piccole baracche qua e là dai mattoni in terra cotta e tetti in lamine di ferro. Dalle autostrade asfaltate (paragonabili alle vie principali delle nostre città) partono in perpendicolare strade sterrate di quel rosso intenso verso il verde della giungla fitta. All’incrocio con l’autostrada spesso ti accoglie un piccolo centro città (anche se si trova decentrato rispetto al villaggio) dove puoi trovare mini supermarket, un barbiere, una pompa di benzina, un venditore di rolex tipici del paese (non vi fate ingannare dal nome: si tratta di uova e pomodori avvolti nel chapati) e quel tanto che basta per non dover affrontare l’ora e mezzo di strada che separa la sopravvivenza dalla vita un pochino più agiata.
Neanche il tempo di scendere dal matatu (tipico mezzo di spostamento africano: un minivan che funge normalmente da autobus seguendo la sua linea e lasciandoti dove ti serve) che fummo circondati da decine e decine di bambini che gridavano a squarciagola la parola “MUZUGNU” (bianco) -da lì in poi posso dire con certezza che è stata la parola più sentita per l’intero viaggio-.
A posteriori posso dire anche che la sensazione di euforia e disagio che ho provato in quel momento e per il resto dell’esperienza è esplicabile in una parola: straniero.
Se già hai viaggiato sai cosa può voler dire essere un diverso, di quanto nello stesso pianeta esistono mondi così lontani.
C’era curiosità reciproca nell’aria: noi, le super star, e loro, i nostri piccoli fans, che come ogni superstar che si rispetti sono il motore primario della propria esistenza (dopo la droga forse).
Per i più piccoli era la prima volta che si imbattevano in un vero Muzungu in carne e ossa, per quelli un pò più grandi forse la seconda o la terza.

Sistemati i bagagli, il cibo e i materiali da costruzione, abbiamo avuto un pò di tempo per ambientarci e iniziare a conoscere meglio il capo villaggio, la moglie e i ragazzi; presto venne la sera e la luna illuminava la scuola, il campo da calcio e la struttura dove dormivamo (solitamente adibita per le riunioni del villaggio): quello era il centro villaggio e quello era il posto dove avremmo trascorso una delle esperienze più intense della nostra vita.
L’indomani iniziammo il campo definendo i turni per i cooking group e il programma della settimana, il team era veramente ben composto, ci siamo trovati da subito e da subito ci siamo messi a lavorare duro, mischiando sabbia e cemento con pale e pezzi di legno, portando mattoni, facendo la calce per costruire i muretti. Inizialmente l’ingegnere del villaggio non aveva molta fiducia in noi, ma dopo qualche giorno gli abbiamo dimostrato che eravamo ottimi lavoratori.
Nel pomeriggio il cuore batteva più forte circondati dai tanti bambini che non vedevano l’ora di finire la scuola per venire a giocare con noi. “Stamina, stamina!!” (moicano) mi chiamavano gioiosi. Per quanto parlavano poco inglese (comunque più dei nostri) la vera comunicazione era il gioco e bastava poco per divertirsi insieme: una foto, un verso che imitavano all’infinito, ballare, correre, fare finta di essere un mostro cattivo e chi più ne ha più ne metta. Verso le 6, esausti dalla giornata, iniziava l’immancabile partita di calcio e tutti i giovani e uomini di Kikooba venivano al centro villaggio a giocare a piedi nudi in un campo decisamente poco lineare con spine che puntualmente ti si ficcavano sotto i piedi, mentre le donne giocavano ad una sorta di pallacanestro nel campo davanti alla scuola. Dopo di che, per i più temerari, ci si trasferiva al baretto vicino l’autostrada a bere birra o gin(che vendevano in contenitori di plastica stile succo di frutta), ogni tanto li seguivamo a farci una partita di biliardo(l’unico di zona) per ricordarci che dopo tutto era anche una vacanza.

Le giornate passavano così, a stretto contatto con loro e con i volontari locali dai quali abbiamo imparato molto, liberandoci di alcune abitudini superflue, imparando l’adattamento, inventandoci ogni giorno qualcosa di nuovo e stimolante da fare.
Il cibo era sempre lo stesso (patate, riso, mais) l’acqua la bevevi quasi sempre calda perché noi da bravi muzungu la potevamo bere solo bollita, la tanica con cui si prendeva l’acqua al pozzo era la stessa che fungeva da lavandino, doccia, lavastoviglie e quant’altro, dopo un pò abbiamo imparato a distinguere alcune piante e alcuni frutti, mentre dal punto di vista pratico ho imparato a costruire muri con pochi materiali.

I fine settimana eravamo liberi e noi ne approfittavamo per goderci un pò di quel paese, dedicandoci al relax e spendendo da veri muzungu in cibo, alcool e serate.
Per gli amanti del reggae e della dancehall vi dico con gioia che lì potrete trovare le serate adatte a voi, ma chiaramente senza mai dare troppo nell’occhio e possibilmente girando sempre con qualche luganda (locale): qualcuno\a inizierà a parlare con voi per scroccare qualcosa da bere, altri inizieranno a sfidarvi ballando per il divertimento di tutti, qualcuno vi lancerà occhiate minacciose che sussurrano “ti tengo d’occhio”.
Il secondo fine settimana siamo stati a Jinja, sulle sponde del Lago Vittoria, le sorgenti del Nilo. Questo è il luogo più turistico che potrete trovare e qui per la prima volta abbiamo fatto una doccia vera e bevuto caffè espresso, non si sta male, sembra a tratti un set di un film americano popolato da un mix di ugandesi, indiani e qualche bianco qua e là. Il vero fascino di questa tappa è stata la completa indipendenza e sicurezza di sé nel prendere diversi matatu per arrivare a destinazione dopo 3\4 ore di viaggio, per non parlare del ritorno quando dopo aver bucato, di notte e a più di un’ora da “casa”, il conducente e il socio dissero che il posto per cui avevamo trattato era troppo lontano e che avevano capito male, fermandoci così in un benzinaio a caso, dove nel giro di un minuto ci trovammo circondati da curiosi e passanti che iniziarono a dire la loro sulla situazione e a darci una mano nel trovare una soluzione.. perché in Uganda quando c’è un problema non sei mai da solo. Andò a finire che per puro caso uno dei volontari locali stava ritornando verso il villaggio a bordo di un altro matatu e riconoscendoci dal finestrino disse al conducente di fermarsi. Da lì, spiegata la situazione e salutati gli altri conducenti con qualche “it’s ok”, ci dirigemmo verso il villaggio tutti insieme: hakuna matata!!

Sono tante le avventure che possono capitarti in tre settimane di Africa e ognuna è sempre più incredibile e formativa della precedente.
Dover salutare quei bambini e quelle persone non è stato per niente facile, mi hanno dato davvero tanto e so di aver lasciato loro molto.
E’ sicuramente un viaggio che allarga il cuore e aumenta la consapevolezza!!

CONSIGLI UTILI:

Per quanto riguarda i vaccini è consigliata la copertura di epatite B, meningite, tifo, febbre gialla, TBC. Io sono partito coperto da tutte queste malattie endemiche perché conoscendomi sapevo che non mi sarei posto troppi limiti una volta lì e spesso mi sono ritrovato in situazioni in cui sarebbe stato davvero scortese rifiutare cibi e bevande (davvero particolari in alcune occasioni).

Per quanto riguarda la malaria è da folli non fare la profilassi: le zanzare ci sono, ma con profilassi e un buono spray anti zanzare (possibilmente biologico) i rischi diminuiscono notevolmente. Inoltre ricordo che per certi tipi di malattie le cure sono più efficaci in loco (data la grande richiesta) rispetto che a casa nostra.

Per la sicurezza: io non ho avuto problemi, pure viaggiando da soli in alcune occasioni. In giro trovi qualche poliziotto seduto su una sedia di plastica che abbraccia un fucile a pompa, ma stanno lì per sorvegliare. Recentemente la sorveglianza è aumentata date le situazioni attuali di terrorismo e le criticità dei paesi limitrofi quali Somalia e SudSudan (massima prudenza se si intende visitare zone vicine al confine). Si consiglia sempre di osservare la situazione politica e militare prima di partire.

Per la quinta volta consecutiva Musaveni è stato eletto come presidente dell’Uganda (l’ultima elezione nel febraio2016).

Il cambio è circa 1 euro —> 3,400 shilling
un viaggio in matatu (minivan) entro i dieci chilometri sta sui 1,500 shilling
con i mota mota (motorini\taxi) con 1,500s puoi andare ovunque
l’erba sta sui 1000s per stick (piccolo prerolled)
le sigarette sui 3,500s a pacco
una birra dai 2,500s ai 4,500s
una gallina viva costa intorno ai 10euro, una capra sta sui 20e e una mucca sui 100e. (uno degli ultimi giorni abbiamo comprato una capra per mangiarla insieme ai bimbi che di carne ne mangiavano assai poca; chiaramente in assenza di supermercato abbiamo dovuto provvedere noi a trasformarla da animale vivo a cibo pronto “in tavola”)

MINI DIZIONARIO UTILE:

Sebo —> Uomo
Gnabo —> Donna
(vengono usati per chiamarsi o alla fine delle frasi. Es. “ei maschio passami la bottiglia”. Non è offensivo)
Webale —> Grazie al quale si risponde con Kale —> Di niente
(“Webale gnabo” “Kale sebo”)
Ja Ja —> Anziano (usato per chiamare un anziano)
Muzungu —> Bianco\Straniero
Luganda —> Ugandese\Locale

 

Uganda sunset

Uganda sunset

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