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Una “bule” alla scoperta di Java

Una “bule” alla scoperta di Java

Posted by Silvia Carrozzo Ott 23, 2016

La mia avventura indonesiana in solitaria inizia dall’isola di Java. Arrivo a Yogyakarta con un volo da Kuala Lumpur. Una pioggia leggera ad accogliermi. La mia prima volta in Indonesia, non so cosa aspettarmi. Dopo due mesi trascorsi in Malesia, l’idea di un nuovo Paese con cui confrontarmi mi elettrizza. Divido un taxi con un ragazzo tedesco conosciuto all’areoporto. Arrivo nel quartiere di Sosrowijayan, trovo una stanza in un losmen, la guesthouse locale, lascio lo zaino e inizio a fare un giro per la città.

E’ il ramadan, dopo il tramonto, e Jalan Malioboro, la strada principale, è affollatissima. Risciò, calessi, motorini, tantissimi motorini, negozi di souvenir, bancarelle di capi d’abbigliamento di batik, borse di pelle, marionette e maschere tradizionali.

Da un lato della strada sono stati allestiti i ristornanti: stuoie posate sul marciapiede e tavolini bassi, ci si siede per terra, scalzi. Servono riso, pollo, pesce, verdure, spiedini di carne. Cerco le posate, non ci sono, l’usanza è mangiare con le mani. Quindi quella ciotola con dell’acqua sul tavolo serviva per lavarsi le mani a fine pasto e non era da bere? Lo terrò in mente per la prossima volta. La musica, la musica è ovunque, è ipnotica, non capisco da dove arrivi e cosa sia, poi vedo un gruppo di sei, sette persone: è il gamelan, un’orchestra di xilofoni, tamburi e gong. Accanto ai musicisti, un ragazzo balla una danza tradizionale. Mi nasce un sorriso grandissimo, di quelli che non riesci a fermare e ti fanno male le guance. Sono in Indonesia!
Assaggio degli involtini ad un baracchino per strada, non so cosa siano. Buoni, ma piccanti. Scoprirò molto presto che la cucina qui è decisamente piccante. Le prime parole dopo “grazie” che imparo a dire nella lingua locale sono tidak pedas, non piccante.

Delle signore sedute in terra vendono spiedini di uova di quaglia con una salsa di arachidi, i negozianti vogliono venderti batik. E’ tutto molto caotico, fa caldo e devi fare attenzione a non farti investire dai cavalli.

Il giorno seguente mi sveglio molto presto, trovo un posto per fare colazione: i tavoli del ristorante sono nel soggiorno della casa di una famiglia, Io mangio il mio toast burro e marmellata, i bambini guardano i cartoni animati bevendo latte al cioccolato.

Mentre passeggio noto un gruppo di uomini che gioca a qualcosa di simile al biliardo da tavolo, lo scopo è mandare in buca delle fiche colpendole con l’indice. Ci provo anche io, mi battono in maniera umiliante.
Un giro al mercato coperto, cunicoli bui con bancarelle piene zeppe di qualunque cosa, i commercianti mi guardano incuriositi.

In Indonesia, in qualsiasi isola tu ti trovi, non passerai mai inosservato. Ti fisseranno tutti, alcuni si fermeranno a parlare con te che sia in inglese, indonesiano o in dialetto, in molti ti chiederanno di fare una foto insieme. Sono molto incuriositi dai “bule”, così chiamano gli stranieri con la pelle bianca. Io, poi, che ho i capelli ricci e gli occhi verdi, sono un fenomeno da baraccone. La prima regola qui è che devi rinunciare all’anonimato.

Con una corsa in risciò per 30 centesimi raggiungo un laboratorio di batik. Sono molto fieri di questa tradizione. Yogyakarta, Yogya come la chiamano tutti, è la capitale di questa tecnica per niente semplice. Il laboratorio è la classica trappola per turisti: dopo la dimostrazione, cercano di vendere qualcosa. Me lo aspettavo ma avevo bisogno di capire cosa ho sbagliato quando ho cercato di decorare le tende della mia camera da letto e, invece di un batik, il risultato era una macchia informe di vari colori.
Mi fermo ad un carretto adibito a bar e piccolo ristorante, puoi mangiare una zuppa di noodles, bere un tè o il famoso caffè di Java. Mettono la povere di caffè in un bicchiere, aggiungono zucchero, acqua calda e voilà: java kopi.

L’indomani decido di andare a visitare i templi hindu di Prambanan, autobus 1a ed eccomi davanti a questo Patrimonio dell’Umanità.

Ci sono una trentina di gradi, il sole, una leggera brezza e molto silenzio. Pochi visitatori, accendo il mio Ipod, seleziono la playlist dei Pink Floyd, metto le cuffie e inizio a passeggiare tra i templi. Si sente una forte energia, provo a immaginare com’erano quei luoghi al tempo della loro costruzione, come poteva essere la gente che li frequentava, i dintorni. Per un paio di ore sono altrove, catapultata in un’altra dimensione.
Uno dei tanti lati positivi del viaggiare da soli è che ci si può ritagliare momenti come questi, sedersi in un tempio abbandonato, ascoltare il rumore delle foglie mosse dal vento e godersi il sole che scalda la pelle.
Passo molto del mio tempo a Yogya nel vicolo del mio losmen. Mi sembra di essere in una realtà parallela. I bambini corrono scalzi, giocano con le miccette. Quando arriva il venditore di frittelle, tutti i bimbi si fanno attorno al carretto per comprare la merenda. Le galline razzolano libere, i panni stesi ad asciugare e i peperoncini ad essiccare. Da una finestra aperta arriva la voce di una mamma e uno dei bimbi scappa via. Una donna con un cappello a cono di paglia trasporta cesti pieni di frutta con una canna di bambù appoggiata sulla spalla a mo’ di bilanciere.

E poi, l’impensabile. Sento suonare un campanello, le voci dei bimbi diventano grida concitate. Una scimmietta appare nel vicolo. Inizia a fare capriole, finge di fumare una sigaretta, di pregare. Sale su una piccola motocicletta, avendo prima indossato un casco, simula un incidente, cade in terra apparentemente morta. Fine dello spettacolo. I bambini danno delle monete all’ammaestratore e la scimmietta scompare così com’è apparsa. Io rimango in piedi, in mano la mia tazza di caffè, domandandomi se sia successo realmente o siano i sintomi di qualche malattia tropicale.

Al mercato degli animali trovi qualsiasi cosa: cani, gatti, pesci, salamandre, zibetti, iguane, serpenti, pulcini colorati di rosso, verde, blu, viola, un paio di macachi, uccelli tropicali e poi loro, il motivo della mia visita al mercato. In un angolo buio, lontano dal resto, i corvi. Dicono che vengano usati per i riti di magia nera. Quindi è vero che qui esiste questa pratica. Avrò modo di parlare con molte persone, durante la mia permanenza in Indonesia, che me lo confermeranno. Tutti credono nella magia nera, alcuni mi hanno raccontato episodi che li vedevano come protagonisti.

Mi siedo su una panchina, fumando una sigaretta ai chiodi di garofano dal gusto dolciastro, osservo un uomo che dà da mangiare una banana al suo zibetto e lascio il mercato con questa nuova consapevolezza.
Arrivo al Kraton, il palazzo del sultano, al mattino presto per assistere ad un concerto di gamelan o a uno spettacolo di danza che si tengono in un padiglione interno. Scopro che durante il ramadan tutte le rappresentazioni sono sospese. Peccato, ma la visita vale la pena anche solo per vedere le guide del palazzo vestite in abiti tradizionali e i ritratti della famiglia reale, in tutte le foto il sultano è scalzo.
Lascio il tempio buddhista di Borobudur come ultima cosa a Yogya.

Borobudur Temple

Borobudur Temple

Quando me lo trovo davanti, l’emozione prende il sopravvento, un sorriso e lacrime di felicità. E’ imponente, due milioni di blocchi di pietra, dice la Lonely Planet. E’ molto affollato ma non importa, io sono nel tempio di Borobudur, isola di Java, Indonesia. Io sto realizzando un sogno. Percorro i suoi livelli in senso orario, come mi hanno consigliato di fare, dal più basso al più alto che dovrebbe rappresentare il Nirvana. Le orde di turisti con i selfie stick non intaccheranno la mia estasi.

E’ il momento di lasciare Yogyakarta, coi sui vicoli, la musica, i batik, i pulcini colorati e andare alla volta di Surakarta, detta Solo.

50 centesimi di euro il costo del biglietto del treno che attraversa risaie con gli spaventapasseri con il cappello a cono. La città, a parte i costumi dei ballerini che si possomo ammirare nel palazzo del sultano e il mercato dell’antiquariato, non ha molto da offrire come attrazioni turistiche.
La parte migliore è il contatto con la gente del posto, poco abituata a vedere turisti e il fatto che ci siano ancora negozi che vendono le musicassette. Un anziano, con un dolcissimo sorriso sdentato, mi si avvicina e mi palpa il braccio, quasi volesse assicurarsi che fossi in carne e ossa.
Mi siedo in un ristorante all’aperto che consiste in un tavolo, un telone a coprire il tavolo e un fuoco dove due signore cucinano zuppe di noodle e polpette. Ordino un tè freddo al gelsomino e il vecchietto accanto a me inizia a parlarmi in dialetto javanese e io rispondo in italiano, tanto che differenza fa? Andiamo avanti così per una buona mezz’ora.

Lascio Surakarta con un minivan che mi porterà a Cemoro Luwang, da dove potrò visitare il monte Bromo, un vulcano sacro. Durante una sosta, scambio due chiacchiere con l’autista del minivan, scherzando mi offro di guidare io. Si fa una risata. Le donne in Indonesia, mi dice, non possono guidare i mezzi pubblici. Incasso il colpo e decido che non è il luogo o il momento giusto per intavolare una discussione sulle pari opportunità.

Dodici ore dopo, arrivo al villaggio. Sono le 11 di sera, fa molto freddo. Nella guesthouse le camere economiche sono tutte occupate, sono disponibili solo una suite e le superior room. Promemoria per il futuro: se viaggio in alta stagione, forse è il caso di prenotare in anticipo. Mi dico, va bene, solo una notte e domani cerco una sistemazione che non sfori il mio budget da backpacker. Apro la porta della superior room con indosso le infradito di plastica comprate al mercato in Cambogia. Ho aperto la porta del paradiso. Dopo quasi sei mesi nel sud-est asiatico a dormire nelle stanze più economiche possibili, non credo ai miei occhi: un letto enorme, le lenzuola profumano di pulito, la doccia con l’acqua calda, niente scarafaggi e asciugamani morbidi. Mi siedo sulla veranda con la vista sul vulcano nel mio accappatoio bianco e ciabattine di cortesia a guardare milioni di stelle. Ci sono rimasta due notti alla fine, perchè una ragazza sa quando è il momento di usare la MasterCard.
La maggior parte dei turisti di reca al vulcano all’alba con tour organizzati. Io decido di andare dopo colazione in modo da evitare il popolo dei selfie stick. Cammino tra orti a terrazza di cavoli e carote. La prima cosa che noto è che qui la gente è differente rispetto a Yogyakarta Sono dell’etnia Tengger. Piccoli di statura, la pelle più scura, hindu, usano il sarong come mantello per ripararsi dal freddo, i lineamenti sono duri, pochi sorrisi, gente di montagna., utilizzano cavalli piccoli anche loro. Dalla collina, il paesaggio che ho davanti agli occhi mi toglie il fiato. Sono arrivata sulla Luna. Un mare di sabbia, al centro due montagne e il Bromo, con il suo cono fumante. Sono sola, davanti a me chilometri di cenere. Attraverso il deserto a piedi, il rumore del vento. Ancora una volta, faccio fatica a credere che questo sia succedendo veramente oppure sia un’allucinazione. Ai piedi del vulcano c’è un tempio, la leggenda dice che il cratere sia stato scavato con una noce di cocco da un orco innamorato di una principessa. Più mi avvicino al vulcano e più i rumori diventano forti. Salgo i duecento e più gradini per arrivare in cima. In questo mare di grigio una cosa attira la mia attenzione: ci sono tantissime farfalle dai colori brillanti, Che ci fanno le farfalle su un vulcano?
Sulla vetta alcuni uomini vendono mazzolini di fiori e incensi da offrire al dio della montagna. Ne acquisto uno, non si sa mai. Arrivo al parapetto e guardo all’interno del Bromo. Non avevo mai visto un’eruzione vulcanica. Il rumore è assordante, l’odore di zolfo molto forte. Rimango come ipnotizzata a guardare esplosioni di lapilli e cenere. La Terra è viva e noi, gli uomini, convinti di essere i padroni del mondo, non siamo che una parte piccolissima su questo pianeta e niente possiamo davanti alla forza della natura. Accendo gli incensi, getto i fiori nel cratere e riscendo con una sensazione di impotenza e la consapevolezza del mio posto sulla Terra.

Dopo un’altra notte nel castello delle fiabe, un tre stelle secondo gli standard europei, prendo un minivan per Probolinggo. Da lì un bus e poi un altro ancora. Durante il tragitto vedo bambini giocare con l’aquilone sulle rotaie del treno. La poesia. Quando cala la sera, alcuni uomini, seduti sul ciglio della strada di montagna, fanno luce con le torce in prossimità delle curve. Sono dei lampioni umani! Il sud-est asiatico non finisce mai di stupirmi.

Dopo più di una ventina di ore, di cui una passata su un traghetto e quattro dormite sul pavimento di una stazione degli autobus, arrivo a Ubud, sull’isola di Bali.
Ma questa è un’altra storia.

    4 Comments

  1. Info@justpilatestudio.com'

    Leggendo la tua storia…mi è,sembrato di essere lì con te… vedevo i colori.. senti vo i profumi… i rumori…la strada sotto gli infradito…

  2. manuelaguarino14@gmail.com'

    bellissimo! che voglia mi é venuta di vedere questi posti!! anzi un po’ li ho visti leggendo il tuo racconto grazie!!

  3. laura_falsone@hotmail.com'

    Elena non ha sbagliato…..mi ha tolto le parole di bocca….. Non captavo gli odori ma riuscivo a percepire il calore del sole e sentire i mormorii dei bambini. Una lettura piacevole che ti fa venir voglia di leggere ancora e ancora e ancora…… Grazie!

  4. Antoniacimi@yahoo.it'

    Se mi avessiportata con le tue mani non avrei visto quanto attraverso i tuoi occhi.

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