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Viaggio alle isole Orcadi e Shetland (1° parte)

Viaggio alle isole Orcadi e Shetland (1° parte)

Posted by Giovanni Blasich Giu 13, 2016

ABERDEEN

 

Nella fase terminale del volo da Amsterdam ad Aberdeen, sentendo per la terza o quarta volta la hostess di bordo, forse olandese, pronunciare il nome della città scozzese con un accento che sembra uno scivolo di i, Gemma ed io ci mettiamo spontaneamente messi a ridere.
Il ritiro del bagaglio avviene in un soffio. Un taxi ci porta al nostro albergo Caledonian, della catena Thistle, prenotato in anticipo via internet, ad un costo più che ragionevole. Camera confortevole con vista sul parco della Unione Terrace. Si vede anche la statua di Robert Burns (Alloway 1759 – Dumfries 1796), poeta e compositore scozzese, il più noto fra quanti scrissero versi in Scots. Ogni anno viene organizzata una cena in occasione dell’anniversario della nascita del poeta, il 25 gennaio. La cena viene aperta con le parole della Selkirk Grace (“Ringraziamento di Selkirk”) che recita così:
« Alcuni hanno la carne ma non possono mangiare,
Altri la vogliono e non la possono mangiare:
Ma noi abbiamo la carne e possiamo mangiare,
E sia quindi ringraziato il Signore. »
L’indomani, venerdì 5 agosto 2011, tenuto conto che il nostro volo per le isole Orcadi è nel pomeriggio inoltrato, facciamo un giro per la città. Sulla base della piccola piantina pubblicata sulla guida del Touring ci sembra che la cattedrale di St. Machar sia abbastanza vicina al centro, pur tenendo conto della scala delle distanze ivi riportate. In realtà il percorso è più lungo di quello che sembra sulla carta, ma ci da la possibilità di camminare per la vecchia Aberdeen. Lasciamo il centro città e superiamo alcune rotatorie di svincolo. Dopo esser passati nei pressi dell’Università raggiungiamo la vecchia Town Hall, un edificio tozzo ma austero e poi proseguiamo fino alla chiesa. I visitatori sono benvenuti. Un piccolo punto informativo fornisce depliants, in varie lingue; un negozietto accanto all’estremità occidentale della navata offre pubblicazioni varie, cartoline e ricordi; per chi desidera vi è il necessario per farsi una tazza di te e una toeletta, sempre utile per chi visita i monumenti. Secondo la leggenda la chiesa fu fondata nel 580 d.C. da Machar un compagno di Santa Colomba da Iona. Poiché il periodo di costruzione si protrasse dal 1350 al 1520 molti sono stati i vescovi coinvolti nei lavori. Uno fece innalzare le torri fortificate ad ovest, un altro fece completare la navata, un altro ancora la torre centrale ed il transetto sud. Il vescovo Gavin Dunhar, Cancelliere di Scozia fece innalzare il soffitto araldico rinascimentale ed aggiunse le guglie gemelle della facciata. L’edificio appartiene alla Chiesa Scozzese, parte della Chiesa cattolica riformata e presbiteriana. I presbiteriani non hanno vescovi e non considerano i sovrani reggenti come loro autorità. Queste ed altre informazioni ci vengono fornite da un gentile signore che presta servizio volontario nella chiesa ed accoglie i visitatori. Poco dopo la nostra uscita ci raggiunge e ci accompagna per una via laterale a prendere l’autobus diretto al centro. Dopo averci lasciato torna pochi minuti dopo per accertarsi se siamo alla fermata giusta, dandoci le ultime informazioni sugli orari ed i biglietti.
Nel pomeriggio raggiungiamo per tempo l’aeroporto e superati i consueti controlli ci mettiamo in attesa nell’apposita sala, un lungo corridoio allargato che fiancheggia le uscite di imbarco. Qui, l’indicazione del cancello del volo viene indicato solo 20’ prima dell’orario programmato. Due voli in arrivo da Scatsca (isole Shetland) sono annullati. Da una situazione di regolarità per il nostro volo si passa a 30’ di ritardo, poi incrementato a un’ora e così via. Le informazioni acquisite dal personale ai cancelli d’imbarco non sono soddisfacenti. Così torniamo al banco ceck-in dove un impiegato stanco ci informa che il ritardo è dovuto a motivi tecnici (motivi che fanno sempre venire i brividi), che la nuova partenza è stimata per le 19,50, consegnandoci un buono di 5GBP ciascuno. C’è il tempo per fare una passeggiata nei pressi dell’aerostazione e giungere ad un punto di osservazione della pista di atterraggio, già presenziato da altri visitatori, alcuni muniti di binocolo. Impressionante il numero dei elicotteri in arrivo, macchine dalla grande fusoliera e ancor più grande pala rotante. Ci sono momenti in cui in cielo, a diversa distanza, ce ne sono quattro o cinque, in fase di avvicinamento. Si tratta di voli che riportano a casa il personale che lavora nelle piattaforme petrolifere del mare del Nord.
L’ultimo ritardo programmato non subisce ulteriori incrementi e così partiamo poco prima delle 8pm locali.

 

ISOLE ORCADI (Orkney Islands)

 

Il volo da Aberdeen per Kirkwall è operato da Flybe che subappalta il servizio alla Loganair, Scotland’s Airline. L’aereo utilizzato è un SAAB 340 con una capacità di 36 passeggeri. E’ un piccolo turboelica, a due motori, con una sistemazione delle poltroncine 1 + 2 per fila, molto confortevole. Ovviamente i posti con maggiore visibilità sono i finestrini dell’ultima fila, la dodici, ma non siamo così fortunati da averne l’assegnazione. Volo pieno, steward stanco ma gentile ed educato. Nonostante la brevità del volo ci viene offerto un piccolo rinfresco.
L’arrivo a Kirkwall avviene con la luce del giorno. Sembra di atterrare in aperta campagna. Almeno tre le piste di atterraggio/decollo, penso per fronteggiare la diversa direzione dei venti dominanti, specialmente durante il periodo invernale ed assicurare così i collegamenti con la terraferma, pardon, con l’isola maggiore.
No bus o taxi ai rispettivi posteggi. Un giovane turista chiama un taxi con il suo cellulare ed è ben disponibile a dividere la spesa della corsa con noi. Si tratta di un ragazzo di origine ceca, abitante a Praga, che scende prima di noi al suo alloggio.

Le Isole Orcadi sono un arcipelago, situato nel mare del Nord, a circa 15 km a nord di Caithness, Scozia e separato da questa dal Pentland Firth. L’arcipelago è composto da un centinaio di isole delle quali solo una ventina sono abitate. Da un punto di vista amministrativo le Orcadi costituiscono una delle 32 aree amministrative della Scozia. Il capoluogo è Kirkwall, ha 7000 abitanti e si trova sulla Mainland. La seconda città è Stromness, sulla costa occidentale di Mainland, con 2000 abitanti circa. Il terzo insediamento è St. Margaret’s Hope su South Ronaldsay. L’isola principale è nota come Mainland. Le altre isole vengono definite in base alla posizione rispetto a Mainland. Vi sono quindi le isole settentrionali e quelle meridionali. Il gruppo delle isole settentrionali è il più numeroso. Le isole di medie dimensioni sono collegate a Mainland tramite traghetti. Sono: North Ronaldsay, Sanday, Eday, Stronsay, Shapinsay, Wyre, Egilsay, Eday, Rousay, Westraym, Papa Westray. Il suffisso ey significa “isola”. Le isole meridionali si sviluppano intorno al golfo di Scapa Flow. Hoy è l’isola più elevata, mentre le isole di South Ronaldsay e Burray sono collegate a Mainland tramite le Churcill Barriers, degli sbarramenti fatti costruire durante la seconda guerra mondiale dai prigionieri italiani per impedire il passaggio dei sommergibili tedeschi. In seguito, sulle Barriers sono state costruite delle strade che collegano alcune delle isole.
Tenuto conto del poco tempo a disposizione pensiamo che un modo per visitare alcuni siti archeologici sia di partecipare ad un day tour (16 GBP a persona). Cosa che facciamo senza troppe esitazioni. Da Chirkwall il bus si dirige a Stromness, via Orphir. Durante il viaggio l’autista parla di Scapa Flow, che, con rispetto parlando, è un cimitero di navi. Scapa Flow è il nome della baia circondata dalle isole (in senso orario) Flotta, Hoy, Graemsay, Mainland, Burray e South Ronaldsay. E’ nota per essere stata la sede della maggior base navale britannica durante la prima e la seconda guerra mondiale. Già utilizzata da navi da guerra in epoca vichinga, la baia fu usata dalla Royal Navy fino al 1956. Nel corso di entrambe le guerre mondiali, sommergibili tedeschi tentarono di attaccare le navi inglesi attraccate a Scapa Flow. All’inizio della seconda guerra mondiale, l’U-47 comandato dal tenente Prien, approfittando di una breccia nelle difese di Holm Sound e di una eccezionale alta marea penetrò nella baia il 14 ottobre 1939 e colpì la nave da battaglia Royal Oak con due siluri; la nave affondò rapidamente e dei 1.400 uomini dell’equipaggio 833 persero la vita. Dopo quest’attacco Winston Churchill ordinò la costruzione di una serie di sbarramenti a protezione dell’accesso orientale della baia detti “Churchill Barriers”. Attualmente essi sono utilizzati come strada di congiunzione fra Mainland, Burray e South Ronaldsay. Stromness è il porto principale dell’arcipelago, da qui partono i traghetti che collegano le Orcadi con la Scozia. Il nome Stromness deriva dall’antico norvegese straumrnes, che significa “promontorio nella corrente o marea”. Nel mio viaggiare per il mondo avevo già visitato una località con lo stesso nome di Stromness. Si tratta della stazione baleniera, situata nella Georgia del Sud, raggiunta da Shackleton per cercare soccorso, dopo l’attraversamento dell’inesplorata catena montuosa e la precedente fortunosa traversata dall’isola di Elefante, susseguente all’affondamento della sua nave Endurance. I balenieri norvegesi australi hanno denominato la stazione baleniera della Georgia del Sud facendo riferimento alla cittadina delle Orcadi. Dopo la sosta per il pranzo a Stromness la tappa successiva è Skara Brae, grande insediamento neolitico in pietra situato vicino alla baia di Skaill, sulla costa occidentale della Mailand.. È composto da dieci abitazioni, e venne occupato grosso modo tra il 3100 a.C. ed il 2500 a.C. Il grado di conservazione è talmente alto da far guadagnare al sito il titolo di patrimonio dell’Umanità da parte dell’Unesco. È il più completo villaggio neolitico dell’Europa. Fino al 1850 Skara Brae si trovava sommerso da anni di sedimenti terrosi. Venne completamente scavato tra il 1928 ed il 1930. Gli abitanti di Skara Brae erano apparentemente costruttori ed utilizzatori di oggetti scolpiti. Le case erano ripari costruiti usando il terreno e, essendo scavate nel terreno, erano solitamente costruite sul luogo di pre-esistenti collinette dovute all’accumulo di rifiuti note come “middens”. Nonostante i middens dessero alle abitazioni un minimo di stabilità, la loro principale qualità era la protezione dal rigido clima delle Orcadi. In media le case misuravano 40 metri quadri con al centro un forno necessario per cucinare e riscaldare. Dal momento che sull’isola crescevano pochi alberi gli abitanti usavano i resti delle mareggiate e le ossa di balena, con l’aggiunta di zolle erbose, per costruire il tetto delle loro case interrate. Le case erano complete di arredamento costruito in pietra, tra cui armadi, guardaroba, sedie e ripostigli. Un sofisticato sistema di drenaggio all’interno del villaggio permetteva l’esistenza di una grezza forma di bagno in ogni casa. Sette delle case hanno un arredamento molto simile, con letti ed armadi nelle stesse posizioni. L’armadio sta sul muro opposto all’entrata, in modo che fosse la prima cosa visibile entrando in casa. Otto case non hanno arredamento, ma sembrano divise in piccole stanze. La forma circolare delle abitazioni, la disposizione delle suppellettili, la presenza del focolare al centro, ricorda la gher mongola. Durante gli scavi di queste case sono stati trovati frammenti di pietra e ossa. Può darsi che queste abitazioni venissero usate come laboratorio per la creazione di piccoli arnesi quali aghi in osso o asce di selce. Il metodo del carbonio 14 ha permesso di datare la vita di questo sito a partire dal 3100 a.C., per circa sei secoli. Attorno al 2500 a.C., dopo i cambiamenti climatici che trasformarono il clima rendendolo più freddo ed umido, l’insediamento venne abbandonato dagli abitanti. Esistono numerose teorie per spiegare la frettolosa fuga degli abitanti, ma non ci sono prove certe che ne dimostrino la validità. Poco distante da Skara Brae si trova un palazzo signorile denominato Skaill House, costruito nel 1620. Il primo proprietario è stato il Vescovo George Graham (Vescovo delle Orcadi dal 1615 al 1638) che costruì la casa sul luogo dove in precedenza c’era un cascinale. Nel salotto del palazzo è conservato un servizio di piatti usato dal Capitano James Cook durante il suo terzo e ultimo viaggio. La successiva tappa del nostro tour prevede la visita del Ring of Broadgar che si trova su un piccolo istmo fra il lago d’acqua dolce Stenness ed il golfo marino di Harray. Il centro del cerchio, coperto di erica, non è mai stato scavato dagli archeologi né è stato scientificamente datato, ma si crede che sia stato costruito intorno al 2500 a.C. e quindi quasi contemporaneo del più famoso cerchio di Stonehenge e di molti altri sparsi per l’arcipelago britannico. Il cerchio ha un diametro di 104 metri, il che lo rende il terzo più grande del Regno Unito. Originariamente era composto da 60 pietre, di cui ne sono rimaste solo 27. Le pietre sono poste all’interno di un fossato circolare ormai quasi completamente interrato. L’area circostante è costellata di pietre erette e da tombe preistoriche, il che lo rende un interessante luogo funerario. L’ultimo posto visitato è quello dove ci sono le Standing Stones of Stenness (Le pietre erette di Stenness). Si tratta di uno spazio all’aperto dove sono ritte sul terreno alcune lastre di pietra, alcune dalla forma moderna. Una pietra, conosciuta con il nome di “Odin Stone” presenta un foro circolare. Era usata dalle coppie di giovani locali per scambiarsi promesse matrimoniali tenendo le mani attraverso il foro. Si ritiene che abbia poteri magici. Mentre ci allontaniamo dal posto per raggiungere il bus sentiamo alcuni turisti romani che, nel loro tipico dialetto, dicono: “Ma vò mettè le pietre de Roma! Ce n’avemo molte di più!
Fin dalla prima passeggiata fatta a Kirkwall, abbiamo notato in alcune case la presenza di grosse assi di legno alle finestre, dello spessore di quattro dita ed alte un palmo circa. Non sembravano case abbandonate od oggetto di successione testamentaria che, come si sa, richiede tempi lunghi, specie se gli eredi sono molti e litigiosi. Ci informiamo qua e là. Le notizie raccolte erano frammentarie ed imprecise. Finalmente con l’aiuto del ragazzo di Praga risolviamo l’arcano. A Kirwall, due volte all’anno e precisamente il giorno di Natale ed il giorno di Capodanno si svolge una gara all’interno della cittadina. I partecipanti sono suddivisi in due squadre di circa 60 persone l’una. L’obiettivo di ciascuna squadra è quello di raggiungere un traguardo posto ad una certa distanza, uguale per le due squadre. Il punto di partenza è nei pressi della croce adiacente alla Cattedrale di St. Magnus. Una squadra deve andare verso il porto, l’altra nella direzione opposta. Al momento del via viene lanciata in aria una palla, tipo rugby, da acchiappare e trasportare fino al traguardo assegnato. Ovviamente, durante la competizione la palla passa da una squadra all’altra, con le mischie che si possono immaginare. Nel confronto fra le due squadre non si va tanto per il sottile, tenuto anche conto del numero dei partecipanti. Alcune strade sono strette ed è per questo che i proprietari delle case e dei negozi proteggono le vetrate con robuste assi di legno. Osserviamo che ai lati di ogni finestra (o quasi) ci sono dei grossi fori filettati, predisposti per accogliere i perni delle assi. Terminate le due gare si provvede a rimuovere il legname. Quello che rimane in sito per il resto dell’anno deve essere di case sfitte o non abitate. Il gioco si chiama BA. Con meraviglia, al ritorno qui ha Firenze, ho visto una decalcomania con la scritta: I love bA, ma dovrebbe presumibilmente trattarsi di una sigla con altro significato.
Una visita che possiamo definire indimenticabile e commovente riguarda la chiesetta italiana. Si trova poco dopo il villaggio di St. Mary, sull’isola di Lambholm, ora collegata alla Mainland, Vi arriviamo di mattina, in una giornata piovosa e ventosa, con il bus della linea X1, diretta al St Margaret’s Hope Ferry Terminal. Si riconosce il posto per la bandiera italiana che sventola gagliarda ed orgogliosa sull’alto pennone. Come riporta la pubblicazione in lingua italiana trovata all’ufficio del turismo, la chiesetta, con la statua di San Giorgio nelle sue vicinanze, rappresenta “l’unico residuo del campo 60, che negli ultimi anni della seconda guerra mondiale ospitò parecchie centinaia di prigionieri italiani. Questi uomini, catturati durante la campagna del Nord Africa, furono inviati nelle Orcadi per lavorare alle Barriere Churchill, una serie massiccia di strade rialzate in cemento che limitano gli accessi orientali verso Scapa Flow. Da principio il campo consisteva di tredici malinconiche baracche, ma gli italiani vi costruirono sentieri di cemento, piantarono fiori, così che l’intera area fu trasformata. Ad ornamento della piazza un prigioniero dotato di senso artistico, Domenico Chiocchetti, eresse la statua di San Giorgio, fatto con uno scheletro di filo spinato rivestito di cemento. Furono creati mezzi di svago: un teatrino con scenario e una baracca di ricreazione che nel suo arredamento aveva anche una tavola da biliardo”. I prigionieri fecero richiesta di poter costruire una chiesetta. Il comandante del Campo 60, il Maggiore (poi Colonnello) T.P. Buckland diede l’autorizzazione. Chiocchetti ed i suoi compagni prigionieri costruirono la chiesetta utilizzando un capannone militare e semplici materiali. Il ferro corrugato del capannone fu ricoperto di intonaco. Dietro l’altare è stata dipinta dal Chiocchetti una Madonna con Bambino, copiata da una famosa Madonna dell’Olivo, dipinta da Nicolò Barbino (1832 –1891), tratta da una immaginetta che egli aveva portato con sé durante tutta la guerra. La figura della Beata Vergine con in braccio il Bambino Gesù in atto di offrire alla propria madre un ramoscello di olivo è circondata da una corona di angeli cherubini che reggono un cartiglio con la scritta “Regina Pacis, ora pro nobis”. Ai lati della Madonna sono raffigurati San Francesco d’Assisi e Santa Caterina da Siena. “Dai relitti di una nave naufragata si ricavò il legno per il tabernacolo. La volta del santuario fu affrescata da Chiocchetti con i simboli dei quattro evangelisti e più in basso egli dipinse da entrambe le parti due Cherubini e due Serafini. Nel centro della volta spicca la Bianca Colomba, simbolo dello Spirito Santo”. Una inferriata divisoria in ferro battuto separa l’abside dal resto della Cappella. Fu costruita una facciata per togliere la vista spiacevole del capannone. Nel centro fu costruito un architrave sostenuto da pilastri di cemento. La facciata è sormontata da un campanile ornato da guglie gotiche. Nel 1945 i prigionieri lasciarono l’isola. Nel marzo 1960, Domenico Chiocchetti, rintracciato nella sua natia Moena, tornò nell’isola per restaurare le opere di pittura all’interno e fare diverse riparazioni all’esterno. Un recente restauro ha riguardato la bitumazione del tetto.
Il pomeriggio di lunedì 8 agosto l’abbiamo dedicato per fare un giro in aereo sulle isole. Da uno dei depliants ritirati al locale ufficio turistico, dotato di personale giovane, gentile, plurilingue, abbiamo appreso che i collegamenti fra alcune isole dell’arcipelago sono assicurati, non solo dai ferries, ma anche da un servizio aereo operativo tutti i giorni della settimana. I voli partono da Kirkwall e tornano tutti a Kirkwall, facendo scalo, in modo alternato, fra le isole dotate di una piccola pista di atterraggio. Durante il periodo estivo (27 marzo – 29 ottobre 2011) vi sono in media 4 voli al mattino e tre al pomeriggio. L’aereo utilizzato è un Islander, dotato di due posti per i piloti e di otto per i passeggeri. Anche qui, come alle isole Faroer, la precedenza è assicurata agli abitanti delle isole e poi ai turisti, anche perché le tariffe non sono care. Dopo un paio di tentativi andati a vuoto riusciamo ad avere due posti per la seguente rotta: Kirkwall KOI 15,30 Sanday NDY 15,44 – 15,49 Stronsay SOY 15,55 – 16,00 Kirkwall KOI 16,11. Il volo è operato dalla Loganair e costa complessivamente 78 GBP. La cosa è tanto divertente che chiedo all’aeroporto di partenza se possiamo fruire del secondo e terzo collegamento del pomeriggio, ma otteniamo una garbata risposta negativa. Le procedure sono ridotte al minimo, Nessun controllo effettuato. Breve la passeggiata dall’aerostazione al velivolo che ci aspetta sul piazzale. Si tratta proprio di una scampagnata. Per salire a bordo lo steward, che rimarrà a terra, predispone al punto giusto un piccolo panchetto. Per un colpo di fortuna ci vengono assegnati i posti immediatamente dietro all’unico pilota, che hanno la massima visibilità. Dietro a me si siede la terza e ultima passeggera. Si tratta quasi di un volo privato. Il pilota è un uomo di mezza età, dal viso disteso e ottimista, per nulla annoiato del suo mestiere che, come tutti i lavori prevede una certa ripetitività. Con garbo e pazienza ci fornisce le istruzioni di sicurezza. Stante la tipologia del volo non è previsto nessun servizio a bordo. L’aereo, molto maneggevole, si sposta sulla pista di decollo. Sembra che andremo via in 4 e 4 otto, ma invece ci si ferma bruscamente. Dalla torre di controllo il pilota deve aver avuto l’ordine di pazientare. Infatti, dopo poco, vedo un aereo civile in arrivo sulla pista trasversale davanti a noi. Ottenuto l’OK al decollo l’aereo parte e ci ritroviamo in aria. Tenuto conto delle nuvole basse, anche il nostro volo non è molto alto sul suolo e poi sul mare. Molto bello lo scorrere del paesaggio, prima la campagna e subito dopo il mare ed in lontananza le altre isole. In meno di un quarto d’ora arriviamo all’isola di Sanday, la penultima isola a NE. Solo poco prima dell’atterraggio riconosco la piccola fettuccia di terra battuta che funge da pista, al centro dell’isola. Un casotto con la scritta Sanday è tutto l’impianto aeroportuale. La signora scende, noi rimaniamo a bordo, salgono quattro adulti ed una bambina. Si riparte subito per Stronsay che si raggiunge in poco più di cinque minuti. Anche qui pista corta, in leggera salita, nei pressi della costa settentrionale. Qui nessun sbarco/imbarco di passeggeri. Non facciamo in tempo a fissare le immagini delle scogliere e del mare che ci ritroviamo di nuovo nell’aerostazione di Kirkwall. Non per nulla una pubblicità afferma che Loganair opera il più breve volo regolare al mondo.
Numerosi gli edifici di un certo interesse nella cittadina di Kirkwall. Una menzione particolare merita la cattedrale di St. Magnus, denominata “La luce del Nord”. La storia della chiesa risale indietro nel tempo. Il conte Magnus ereditò, insieme al cugino conte Haakon Paulson, la contea Norse delle Orcadi. Come quasi sempre nelle vicende ereditarie, i due cugini litigarono. In un tentativo di pace nell’anno 1116 i due decisero di incontrarsi sull’isola di Egilsay. Il conte Haakon ruppe l’accordo che stabiliva di arrivare con una nave ciascuna arrivando invece con otto navi di uomini armati. Haakon ordinò al suo cuoco di uccidere Magnus che fu quindi martirizzato. Nel 1120 il conte Rognvald – Kali, nipote del martire conte Magnus, combatteva contro il figlio di Haakon per conquistare la contea delle Orcadi. Chiese aiuto divino a suo zio martire e promise di dedicargli una grande chiesa in pietra se fosse riuscito nell’intento. Deve aver vinto perché nel 1137 fu fondata la cattedrale di St. Magnus. Le reliquie di St. Magnus e di St. Rognvald giacciono negli enormi pilastri rettangolari probabilmente dagli inizi del 13^ secolo. Riscoperti durante i lavori di restauro del 1919 sono stati reinterrati nel 1923. Un grande monumento dedicato a Dr. John Rae (1813 – 1893), esploratore artico, occupa un angolo dell’abside. Si tratta di una enorme statua sdraiata che rappresenta il Dr Rae in una posizione da dormiente, in una pausa della caccia, con le braccia incrociate sotto la testa. L’architettura della chiesa è un misto tra Romanico o Normanno Europeo e primo Gotico. L’interno, a tre navate con massicce colonne in pietra, è austero e maestoso. In seguito alla Riforma scozzese del 1560 la chiesa fu usata per il culto protestante prima di diventare chiesa presbiteriana. Oggi appartiene alla congregazione della chiesa di Scozia. Nella navata laterale sinistra, un libro riposto in una teca, sormontata da bandiere e circondata da serti di papaveri rossi di carta, riporta i nomi degli 833 marinai che morirono per l’affondamento della Royal Oak nel 1939. Di fronte alla cattedrale ci sono importanti resti del palazzo del conte di Orkney e quello del vescovo, con la torre cilindrica.
Non possiamo non fare almeno una gita ad una isola. Optiamo per Shapinsay distante 25’ di ferry, con partenze molto frequenti. Fra i punti di maggiore interesse dell’isola vi è il Balfour Castle, un castello vittoriano costruito intorno alla preesistente casa di Cliffdale. Ora è proprietà privata e non è visitabile. Per la sua posizione è visibile dal mare, durante il viaggio di avvicinamento. Da terra noi ci arriviamo per caso, percorrendo una strada sterrata che ad un bivio si inoltra in un fitto bosco e termina proprio all’ingresso dell’edificio. Tutto è chiuso e sbarrato. Proseguiamo all’interno del bosco, ma la strada termina ad una fattoria e quindi siamo costretti a ritornare sui nostri passi. Usciti dal bosco prendiamo un’altra strada di campagna, diretta verso ponente. Fra un sali e scendi arriviamo ad una spiaggetta facendo scappare uno stormo di uccelli. Mare mosso, vento teso. Nel ritornare verso il villaggio passiamo accanto ad una grande fattoria. L’allevamento del bestiame deve qui essere intensivo, tenuto conto della montagna di letame accumulata in un cortile. Un improvviso abbaiare di cani ci spaventa. Cani neri ringhiosi sono racchiusi in un recinto all’aperto. Alcune pecore guardano verso di noi per vedere cosa succede. Altri cani sono chiusi all’interno di una casa e si vedono e sentono abbaiare attraverso le finestre. Una scritta su una casa ricorda che “In 1832 in this spot nothing happened” Questa didascalia potrebbe essere lo spunto per una discussione filosofica sul significato di cosa sia è il nulla, dello scorrere del tempo, dell’importanza che diamo agli eventi. Balle di fieno impacchettate sono pronte al trasporto. Due mucche sdraiate ruminano tranquille. Un aereo che va, un altro che torna. Nei pressi del villaggio di Millbank si trovano molti cespugli di rose profumate ed altri fiori rossi, a forma di piccole pagode cinesi. Il gruppo di case intorno al porto si chiama Balfour Village; fu costruito alla fine del 1700, e serviva per le abitazioni dei lavoratori nella tenuta Balfour. Alla stessa epoca risale The Gatehouse, la precedente porta di accesso al castello e residenza del guardiano. Al 19^ secolo risalgono invece The Douche, usata un tempo come doccia di acqua salata e la Gas House, resti del gasometro in pietra. Tornati a Kirkwall ci fermiamo a mangiare qualcosa in una locanda del porto dove, un quadro appeso alla parete riporta le regole per ordinare: 1) Trovare un tavolo 2) Passare l’ordine al bar 3) ritornare al proprio tavolo, sedersi e rilassarsi 4) se si decide di prendere qualcos’altro si può ordinare di nuovo (seguendo le regole sopra riportate) oppure contattare un componente dello staff.
Last but not least, fra le costruzioni curiose notate passeggiando per Kirkwall vi è la Masonic Hall (Sala Massonica) che riporta sul portale d’ingresso i simboli della massoneria, fra cui il compasso. Per non parlare del grande magazzino nei pressi del porto aperto dalle 8 alle 24 tutti i giorni feriali e parzialmente anche la domenica. Ci si trova di tutto e rappresenta un utile passatempo, specie nei mesi invernali, quando fuori fa freddo e tira vento.

 

ISOLE SHETLAND

 

Martedì mattina 9 agosto 2011 partiamo dalle isole Orcadi per andare alle isole Shetland.
L’arrivo a Sumburgh è spettacolare. Il piccolo aereo SAAB 340, non è molto affollato e quindi siamo riusciti a farci assegnare due posti in fondo da dove si può ammirare il panorama sottostante. L’aereo esce dal banco di nubi ed infila il sentiero di discesa con qualche scossone per il vento. Sfila davanti a noi la penisola ed il faro meridionale che si innalza alto sul promontorio. L’aeroporto è anche qui pluripista, a forma stellare. Lo sbarco e la riconsegna bagagli avvengono senza perdite di tempo. Il piccolo ufficio turistico ci informa che alle 12 c’è una corsa per Lerwick, il capoluogo delle Shetland e dell’isola maggiore Mainland, distante 25 miglia (costo del biglietto 3,00 GBP andata, a persona). Il tratto iniziale della strada gira tutto intorno all’aeroporto. Ad un certo punto attraversa la testata di una delle piste. Un segnale avvisa di fermarsi quando le luci rosse sono accese. Ad una prima fermata salgono sul bus due ragazzi. Sono locali e trasandati. Uno dei due ha i lacci delle scarpe svolazzanti. Deve essere una nuova moda. Il tempo è variabile. Si aprono squarci di sereno con sole dopo ogni scroscio di pioggia. Il blu intenso del mare in lontananza contrasta con il verde dei prati ondulati. Come per un profondo respiro le colline si innalzano e si abbassano. Molte le alture con antenne e parabole. Gruppetti di case raccolte sono sparse nella campagna. Muretti a secco si staccano dalla strada a delimitare i confini delle varie fattorie. Niente alberi nei dintorni, solo erba. Un passeggero che finora ha chiacchierato con l’autista scende in aperta campagna, ad una fermata non programmata. La deviazione per Lavenwick è una stradella ampia come la sagoma del bus. Gli orari delle corriere di linea devono essere programmati in modo tale da evitare un incrocio. La strada secondaria scende a mezza costa per servire alcuni centri abitati per poi risalire e ricongiungersi alla strada principale. Ampie curve contornano i valloni che degradano verso il mare, ora di color piombo fuso per la copertura nuvolosa. Fa meraviglia vedere un piccolo corso d’acqua che si fa strada fra le valli. Deviazione per Sandwick e poi per Hoswick. Molti i nomi dei paesi che terminano in wick. Ogni tanto si incontra un passing place, ossia una piazzola per l’incrocio delle vetture. Il passaggio di un camion giallo compone un quadro live sulle pendici verdi della collina alla nostra sinistra. In lontananza una nave bianca ed un cargo color rosso ruggine si dirigono verso l’interno di quella che sembra un’insenatura. In realtà, stanno navigando verso porto di Lerwick, lungo il canale che separa Mainland dall’isola di Bressay, ma questo lo abbiamo imparato dopo.
Numerosa la segnaletica che indica i nomi dei piccoli centri abitati: Blett, Voxter, Gord, Aithsetter, Fladdabister. Il bus supera ciclisti con sacchi al seguito. Ogni palo della linea elettrica è rinforzato con due tiranti laterali, segno che il vento che soffia, specie d’inverno, deve essere molto forte. Il paesaggio offre ogni tanto la visione di specchi d’acqua, alcuni con piccole isolette. Accanto alle case, pennoni con la bandiera delle Shetland, formata da una croce bianca orizzontale in campo blu. Talvolta la bandiera dell’arcipelago si accompagna alla bandiera nazionale della Scozia, formata da una Crux decussata (croce decussata), che rappresenta la croce del martirio dell’Apostolo Sant’Andrea (il santo patrono della Scozia), disegnata su campo blu. È spesso conosciuta come croce di Sant’Andrea (St .Andrew’s Cross). Raramente si incontra la bandiera nazionale britannica o Union Jack. Il nostro hotel (Shetland Hotel). si trova un po’ fuori dal centro e precisamente in Holmsgath Road, vicino alla banchina dei traghetti da/per la Scozia. La prima passeggiata di esplorazione verso il centro città è compiuta percorrendo la strada portuale. Arriviamo così al molo di attracco delle navi da crociera. Ve ne sono due fra cui la nave bianca vista da lontano arrivando con il bus. Si tratta della Discovery, arrivata alle 14 da Andalsnes in Norvegia che parte alle 19 per Harwick UK. La seconda, Kristina Katarina è arrivata alle 12 da Torshavn (isole Faroer) e parte alle 20 per Skagen, Danimarca. E’ sempre affascinante vedere questi giganti del mare, ispiratori di sogni. La Discovery, per esempio, è una nave impiegata per crociere in Antartide, come visto più volte nei siti web ed in sontuosi depliants. Inoltre Discovery si chiama anche la nave di Scott, su cui è stato imbarcato Shackleton, che vedremo fra qualche giorno a Dundee. Non mancano quindi fili che compongono ricordi del nostro recente e lontano passato.
La nostra passeggiata continua nel borgo antico, ristrutturato e ben tenuto. Non mancano alcune piacevoli sorprese, come una piccola spiaggetta fra due case, una successiva caletta con discesa a mare per le barche, una barca rovesciata che funge da tetto per un garage – in Twageos Road.
Nei pressi della stessa via una targa attira la nostra attenzione. La scritta recita così:
These homes, for widows
were erected by
Arthur Anderson Esq
a native of Lerwick
Chairman
of the peninsular and oriental steam navigation company
Member of Parlament for Orkney & Shetland 1847 – 1852
In memory of his wife
“I was a stranger and ye took me in”
La serata prosegue tranquilla. Una barca affondata affiora appena dall’acqua del canale. Il ferry ritorna da Bressay. In attesa del dolce al ristorante Queen Hotel, vediamo sfilare la nave della Kristina Cruises diretta a Skagen. Poco dopo passa il ferry per Bressay.
L’indomani mercoledì 10 agosto, poiché le previsioni del tempo sono buone, decidiamo di andare all’isola di Noss, segnalata anche da Fernando che l’ha visitata in gioventù. Appena saliti sul ferry incontriamo Vaclav Zaldudek, il ragazzo di Praga con il quale abbiamo fatto la corsa in taxi fino a Kirkvall, all’arrivo alle isole Orcadi. E’ arrivato la mattina con il traghetto e ripartirà la sera per tornare alle Orcadi. Il viaggio in ferry che collega Lerwick a Bressay dura solo 7 minuti (4,10 GBP A/R a persona). Per la frequenza delle corse e la durata del tragitto rappresenta un vero proprio ponte fra Mainland e la sua dirimpettaia Bressay dove abitano in permanenza 350 persone. L’isola minore è ancor più verde e bella della maggiore. Il piccolo porticciolo accoglie benevolo i pochi passeggeri e le poche macchine che, appena sbarcate, si dileguano nel reticolo di strade dell’isola. Una casa ospita il centro informativo, un’altra l’immancabile WC. Al Maryfield House Hotel, unico punto di ristoro dell’isola, ci fermiamo a mangiare qualche cosa prima di affrontare la camminata che ci porterà sulla costa orientale, in prossimità dell’isoletta di Noss. Una fila di casette basse fiancheggia la strada. Tutte hanno un giardino con fiori multicolori e prato ben curato. Sul davanzale di una finestra fa bella mostra di sé un modellino del Titanic, in mezzo ad altre riproduzioni in scala ridotta. Proprio qualche giorno fa abbiamo visto per la prima volta in TV parte dell’ultimo film dedicato a quella tragedia del mare. In un altro giardino c’è l’immancabile Biancaneve e i suoi sette nani. Più fantasioso un secondo giardino con appoggiate sull’erba delle casette in miniatura. Seguendo le indicazioni della cuoca che ci ha sfamato, superiamo la chiesetta e ci dirigiamo verso Uphouse, una abitazione in cima alla salita. In considerazione del tempo a disposizione, dell’orario del traghetto, dell’età dei passeggiatori proviamo a chiedere un passaggio alle rade macchine che transitano. Dopo un paio di insuccessi, si ferma una vettura e saliamo a bordo. La guidatrice ha già un’altra persona. Pensiamo che sia una sua amica, ma non è così. La maestra del villaggio ha ritenuto di fare una duplice opera buona caricando prima una turista francese e poi due italiani in visita alla sua isola e diretti a Noss. Il paesaggio è bucolico, il viaggio breve, piacevole, pieno di allegria ed energia positiva. Il tempo di scambiare qualche idea ed informazione reciproca e si arriva alla piazzola, alta sul pendio orientale di Bressay. Da qui si ammira Noss, che si distende placida e pigra sul mare blu, vestita di verde. Un breve canale la separa dall’isola sorella di Bressay. Il breve tratto di mare è superato imbarcandosi su un gommone condotto che un solerte e paziente marinaio che ci fa indossare i giubbotti salvagente. Al nostro arrivo il gommone stava a Noss. Non c’è bisogno di chiamare o telefonare. E’ sufficiente al marinaio gettare uno sguardo per accorgersi se ci sono persone in attesa del trasbordo. Anche stavolta il tragitto è troppo breve per ammirare il gioco delle onde e farsi accarezzare dal vento. Sbarcati sull’isola di Noss il marinaio ci tiene un sintetico breefing sui comportamenti da tenere sull’isola e sugli orari da rispettare. Con calma ci allontaniamo lungo la costa. Poco prima di superare un muretto in pietra sostiamo per osservare meglio alcune foche distese al sole sulla sottostante scogliera piatta. Il sentiero si sviluppa non lontano dal bordo del mare, per salire infine su un ripido pendio che termina su una balconata che svela un ampio tratto di costa alta frequentato da centinaia e centinaia di sule il cui baccano abbiamo percepito ben prima di aver raggiunto il precipizio. Le sule sono gli uccelli marini più grandi della Gran Bretagna con un’apertura alare che raggiunge 1,8 mt. Hanno un piumaggio bianco con le estremità delle ali nere, testa e collo gialli. Lo spettacolo che offrono è affascinante. Si tratta di una immensa voliera a cielo aperto. I voli si susseguono repentini, sfreccianti. Gli uccelli provenienti dal mare, forse con il cibo per i piccoli, si dirigono velocissimi verso l’alta scogliera in cerca di un posto per sostare. Non trovandolo fanno una brusca virata per ritornare verso il largo e riprovare più tardi. Quelli in fase di atterraggio hanno le zampe palmate quasi verticali, pronti a terminare il volo, proprio come fa un aereo con il carrello abbassato prima di toccar terra.

 

Orkney Sea, Flag

Orkney Sea, Flag

 

-Fine prima parte – Seconda parte

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