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Viaggio alle isole Orcadi e Shetland (2° parte)

Viaggio alle isole Orcadi e Shetland (2° parte)

Posted by Giovanni Blasich Giu 13, 2016

Durante il cammino di ritorno incontriamo tanti conigli selvatici, grigi e con la codina bianca, che escono dalle loro tane; sono quasi le cinque del pomeriggio, forse anche loro fanno uno spuntino a quest’ora del giorno. Le corse dei conigli sono veloci ma brevi. Al minimo pericolo o rumore i conigli si fermano, guardano intorno immobili e scompaiono veloci in qualche tana o dietro ai cespugli. Rientrati nel recinto delle pecore osserviamo questi animali. Quasi tutte le pecore sono rasate, alcune hanno la testa nera, stanno in branco. Ogni pecora ha il suo piccolino da badare. Qualche agnellino perde il contatto con la madre ed allora si mette a belare in modo lamentoso. Le altre mamme pecora restano indifferenti. Il concerto delle pecore è abbastanza armonioso, con qualche a solo più marcato. Breve sosta alla casetta in pietra del marinaio e della sua compagna. L’abbiamo lasciata che sferruzzava e la ritroviamo che lavora a maglia seduta verso occidente, a gustarsi il tepore del sole ancora alto nel cielo. La temperatura dell’acqua di mare non raggiunge i 15 gradi. Pochi sono quelli che si azzardano a fare un bagno. Tuttavia calma di vento e sole possono invitare a fare un tuffo, come ha fatto il nostro marinaio che ha attraversato a nuoto lo stretto. Con la stessa turista francese dell’andata ripassiamo in zodiac il braccio di mare. Dispiace andare via da un posto così solitario, quieto, pacifico. La passeggiata di ritorno la facciamo senza fretta guardando e riguardando l’armonia del paesaggio. Il bordo strada è costeggiato prima da carnosi cardi poi da piante di erica. La strada scende in una vallata poi risale. Ne vediamo lo sviluppo fino a UpHead. In lontananza la turista francese in giacca rossa è diventata quasi un puntolino. Non contiamo affatto di raggiungerla. Un lago di acqua piovana costeggia la strada sia a destra che a sinistra. Un ponte valica il canale di collegamento fra i due specchi d’acqua. Recinti, muretti di pietra, piccoli corsi d’acqua qualificano il paesaggio: ogni cosa è al suo posto. Se il Paradiso è così non deve essere brutto. Ogni tanto un passing place, ma il traffico è davvero scarso, quasi nullo. Solo una macchina è venuta via dal parcheggio di Noss. Non possiamo non sostare su una panchina nei pressi del lago. Una solitaria stele non sembra essere antica, ma rimanda ad antiche usanze. Cinguettii, belati lontani, vento di media intensità, quasi fresco. Niente affanno per la breve successiva salita. Una casetta con pennone e bandiera e barca parcheggiata galleggia nel verde. Uno sguardo all’indietro ci regala un riflesso sull’acqua. Ogni tanto, anche in aperta campagna, si vedono case diroccate, senza tetto con solo il frontone ed il retro e qualche muro laterale, tipicamente isolane. Un carro agricolo si posiziona nel passing place per farci transitare più agevolmente. Cortesie di questi luoghi e d’altri tempi. Poiché la giornata è bella ed asciutta, molte case fanno sventolare il gran pavese dei panni ad asciugare. In vista della chiesetta del villaggio, altra sosta per assaporare il momento ed il posto. Anche la vista del passaggio di un pedone solitario lungo la strada a mezza costa di fronte a noi può diventare un evento. Qualche macchina, dalla costa si avvia verso l’interno, segno che il ferry è nuovamente arrivato portando i lavoratori che tornano dalla Mainland. Imbarcazioni navigano il canale fra Mainland e Bressay. Una barchetta con le vele rosse fila veloce. Alcuni ponies pascolano beati. Visita all’edificio religioso appartenente alla chiesa di Scozia e all’adiacente cimitero con lapidi antiche e moderne. Dovrebbe essere bello riposare qui in attesa del finale giudizio. Ritorniamo al Maryfield House Hotel, per la cena, nel rispetto degli orari inglesi. Ordiniamo Halibut steak e Lemon sole, con verdure varie. I nostri vicini di tavolo prendono una bottiglia di vino rosso da 2 lt per quattro commensali. Poi gli uomini, non potendo fare a meno della birra ordinano una pinta di birra scura ciascuno. Non riesco a immaginare una mescolanza di vino rosso e birra scura se non in termini cromatici. Rientriamo a Lerwick con il solito ferry tuttofare.
Nella mattinata di giovedì 11 agosto 2011 visitiamo il Museo delle Shetland, nei pressi del porto. E’ un edificio moderno, ad ingresso gratuito, con una serie di spazi espositivi collegati a tutti gli aspetti della storia delle isole: storia naturale, archeologia, folklore, vita sociale, attività industriali, pesca, navigazione. Sono anche esposte delle Roadman’s lanterns, di colore giallo, dello stesso tipo di quelle trovate a Londra durante il mio primo viaggio oltremanica. Grande spazio è dedicato alle imbarcazioni, qui raccolte in gran numero in una apposita ala del museo; alcune sono sospese con tiranti, altre sono pronte a salpare all’esterno, su un apposito scivolo. Al termine del percorso museale c’ è una sala con una mostra di quadri del pittore locale Bert Simpson, molto bella. Sono rappresentazioni pittoriche della vita e del paesaggio delle Shetland. In particolare apprezziamo “Graces birds at Noss island, che fissa sulla tela il volo spiegato di una sula; Tammies Noast, lo scivolo per barche visto il giorno prima; Soothend, la casa antica vicino al Queen Hotel. Le quotazioni sono dell’ordine di centinaia di GBP.
Ritornati all’aperto e nel dirigerci alla stazione dei bus, notiamo a bordo strada diversi spezzoni di reti. Evidentemente da poco deve esser passato il camion della spazzatura e i proprietari devono aver ritirato i bidoni. Per evitare che i gabbiani vadano a rovistare fra la mondezza, si usa coprirla con delle reti, per impedire che la spazzatura sia sparpagliata per terra. Alle 12 siamo a bordo del bus 19 diretto a Laxo Ferry Terminal, da dove ci si imbarca per l’isola di Walsay. Prima di dirigersi verso nord il bus fa il giro della città. Rapidamente ne siamo fuori. Sul bus rosso ci sono solo due passeggeri, cioè noi. Si può dire che è una corsa privata al costo di 10 GBP A/R per due persone.
La scarsa affluenza di passeggeri, nonostante si sia in piena stagione estiva, giustifica che ci siano solo tre corse al giorno, nei giorni feriali. La maggior parte della gente si sposta in macchina privata o noleggiata o con i tours turistici. Più volte il bus sorpassa gruppetti di ciclisti con borse coperte da telo impermeabile. Per sfruttare la forza del vento, vi sono pale sulla sommità delle colline. Prima di superare un ciclista solitario il bus rallenta, in attesa di una situazione favorevole. Qui vi è rispetto per gli altri utenti della strada. Un lungo campo da golf si stende lungo la vallata sottostante. Segnali stradali ed una manica a vento arancione in lontananza segnalano il villaggio di Tingvall, con l’aeroporto omonimo. Anche qui ho provato a prenotare un volo, ma senza risultato, poiché i voli sono tutti al completo. Proprio come nella favola di Esopo La volpe e l’uva mi trovo in una situazione di dissonanza cognitiva: supero il contrasto fra il desiderio di volare e l’impossibilità di farlo formulando l’ipotesi conclusiva che “tanto ci avrebbero assegnato i posti a visibilità zero 3-4 o 7-8”, poiché l’aeromobile impiegato per i voli inter isole è sempre un Islander, come visto sulla pubblicità. L’andatura del bus è turistica, anche perché il limite di velocità è di 30 mph. Reti circolari in una baia segnalano la presenza di una stazione di piscicoltura. Secondo l’autista che è del posto le previsioni del tempo per l’indomani indicano cielo nuvoloso e ventoso. Lungo il percorso si notano piccoli boschi recintati accanto ad alcune abitazioni. Osservando alcuni avvisi all’interno del bus laddove riportano pull e push formulo la considerazione che la stessa fonetica dei due verbi indichi l’azione da compiere. Quante volte invece ci siamo trovati a fare l’operazione contraria! Quando incrociamo un camion, specie se articolato, il nostro bus ha un movimento di rollio. Laghi di acqua piovana ed insenature marine si susseguono durante il nostro percorso, le sponde degli uni e delle altre sono comunque deserte di bagnanti; solo talvolta si notano delle barchette tirate a secco. Gli spifferi d’aria che provengono dalla porta anteriore sostituiscono l’impianto di condizionamento d’aria. Il bus termina la sua corsa a pochi passi dall’imbarco. Il ferry è già lì che ci aspetta. Qui la coincidenza di cinque minuti è rispettata. Notiamo con disappunto che la sala passeggeri è sottocoperta. Per fortuna la traversata dura solo mezz’ora. Quando passa il fattorino per il pagamento dei biglietti, gli dico in inglese: “Two senior ticket, go and back” e con mia meraviglia stacca un biglietto con una tariffa pari a zero. Un gruppo di quattro adulti e tre bambini si affaccia alla sala. Subito i bambini sono attratti dal distributore dei gelati. Tanto fanno, tanto strillano che ottengono un sorbetto ciascuno. Appena partiti si percepisce un leggero movimento di beccheggio. I bambini si attaccano ai pali, cercano di salirci sopra, poi corrono in tondo; quando sono stanchi si stravaccano sulle poltroncine. Come era da aspettarsi il gioco termina con un pianto. La variazione del rumore delle macchine segnala che siamo giunti a destinazione e precisamente a Symbister il capoluogo dell’isola Walsay. I passeggeri delle auto sono rimasti a bordo delle rispettive vetture. L’operazione di imbarco e sbarco delle macchine è velocizzata dal fatto che il ferry è ro-ro, (roll on, roll off) ossia bidirezionale. Ovviamente sbarcano prima le macchine, poi i pedoni. Gli edifici che si incontrano appena sbarcati sono nell’ordine: il centro informativo, il wiskey boating club, WC oltre che alla britannica cabina telefonica. Non c’è che da scegliere! In quest’isola i nomi delle varie località terminano quasi tutti in ter: oltre a Symbister abbiamo Hamister, Marrister, Challister, Isbister, Huxter. Controlliamo sulla cartina, sono tutti lontani e quindi ci accontentiamo di passeggiare nei dintorni. Symbister è ancora oggi un importante porto peschereccio. Attraccate al molo sono due moderni pescherecci d’alto mare. Nel Loch of Huxter, è stata pescata una trota scura di 9 libbre e 4 onze, primato di pesca selvatica delle Shetland. Anche qui ci sono impianti marini di piscicoltura. Nei pressi del porto si trova la Pier House (ora museo), una casa in pietra che risale al periodo della lega anseatica, quando i mercanti tedeschi si spingevano fino a queste coste. Il primo scritto che documenta la presenza dei mercanti tedeschi risale all’inizio del 1557. La Symbister House è uno dei migliori esempi di architettura georgiana. Si erge sulla sommità della collina da cui si domina il porto. Era la casa padronale del precedente proprietario terriero dell’isola. Fu costruita nel 1823 ad un costo di 30.000 sterline. Ora è in parte occupata dalla scuola secondaria. Un cartello avvisa in modo perentorio “All visitors report to the reception”. Obbediamo, ma è tutto chiuso. Anche l’Heritage Centre è chiuso. Apre a giorni alterni durante la settimana. Ritornati sui nostri passi ci dirigiamo verso il Walsay Leisure Centre. Qui si può entrare. Si tratta di un centro polisportivo, con tanto di orari, normative e programmi affissi alle pareti. Facciamo un giro all’interno della struttura: è arredata in modo funzionale, gli spazi sono ben distribuiti, i colori usati riposanti. In una delle comode poltroncine riservate agli spettatori mi concedo un buon English coffe, previo recupero del gettone in portineria. La piscina è in funzione. L’istruttore ha un’aria stanca e distratta. Si gratta la capoccia con un telefonino. Due ragazze sguazzano nell’acqua; simulando un’azione di salvataggio, una porta in groppa l’altra. In questo passeggiare esplorativo entriamo per caso nella scuola primaria. Ci accoglie la maestra Esther che ci accompagna nella visita degli ambienti dandoci delle informazioni sintetiche sull’ articolazione delle lezioni, la durata delle vacanze, il numero degli allievi e delle classi. La scuola è nuova, pulita, con le pareti di tanti colori diversi che danno allegria, fornita di computers, schermi di proiezione, lavandini nelle classi ad altezza di bambino, attaccapanni a iosa, una cucinetta per i pasti. Le lezioni riprendono mercoledì 17 agosto dopo una pausa estiva di sei settimane. Lei è qui per preparare i programmi. Nel raccontare di sé narra che, originaria di Glasgow, ha lavorato prima a Caracas e poi qui alle Shetland dove doveva rimanere solo un anno. E invece sono 21 anni che vive nell’isola con gli altri 1000 circa stanziali. Perché venite qui? Ci chiede la maestra. Combino una sintetica risposta ma è difficile spiegare le motivazioni profonde che ci portano a visitare le isole, specie se lontane.
Finita la visita degli impianti ci avviamo lungo la strada che porta al centro dell’isola. La casa Oaklea ha un bel giardino con gigantesche margherite. Oltrepassata Saeter vediamo nel giardino di una casa una vasca senz’acqua con al centro una sirena desnuda. Penso all’imbarazzo della sirena, sia per le poche squame di cui è ricoperta sia perché è costretta a nuotare nell’asciutto. Anche oggi, per il bel tempo, molte le file di panni ad asciugare. Il vento gonfia i pantaloni come delle maniche a vento. La strada ora costeggia il lago interno Loch of Huxter (quello della trota da primato), che prende il nome dal villaggio che sta sulla sommità della collina. Sosta in riva al lago la cui superficie livella lo sguardo. Il silenzio ventoso è rotto soltanto dal rumore ritmico di una pala. Ritornati al porto, sbirciamo dall’esterno attraverso la finestra di una chiesa: con sorpresa vediamo sul davanzale, all’interno, un piccolo presepe. Per ricordarci che siamo su un’isola il cancello di una casa è fatto con la ruota di un timone.
Puntuale parte il ferry Hendra immatricolato a Lerwick., costruito nel 1982 a Bromborough – England. A bordo del ferry verifico che l’humour inglese, anzi scozzese, si esprime anche nelle toelettes. Trovo questa scritta che non ha bisogno di traduzioni: “This toilet is inspected at regular intervals. Time of last check 19 novembre 1865”. Leggo una seconda volta per fugare la mia incredulità, ma invano. Nessuna traccia di abrasioni o cancellazioni. Lo sbarco a Laxo avviene in orario. Il bus che ci riporta a Lerwick passa prima per Vidlin. Anche qui la strada è “single road using passing place”. A Gillside sale un uomo col cappotto. Mi domando cosa mai indosserà in pieno inverno! L’autista si concede un sorso di caffè e riparte. I rigagnoli che segnano la campagna come unghiate sono di acqua sporca e schiumosa perché raccolgono le deiezioni degli animali. Questo non va certamente a favore dell’ambiente! Un ciclista in salita rallenta la nostra marcia, finora sostenuta, a differenza del viaggio di andata. La corsa sarà infatti quasi dieci minuti più breve. Quando entriamo in città poco dopo le 6,15 pm la temperatura è di 13°. Si sta bene.
Il ferry Leirna ci viene a prendere per andare a cena a Bressay. Ma un imprevisto modifica i nostri programmi. Infatti il nostro Maryfield House Hotel è al completo e non ci da neanche una semplice zuppa. Torniamo allora sulla Mainland e provvediamo diversamente per la cena.
In genere, nel dopocena guardiamo un po’ di televisione inglese. Così diverse sere ci siamo sintonizzati su BBC4 che trasmette i concerti PROMS dalla Royal Albert Hall di Londra, a cui si collega spesso anche Radiotre. Una parte del tempo è anche dedicata alla ricezione e scambio di sms con parenti e amici rimasti in Patria. Un argomento che ha formato oggetto di un fitto scambio di messaggi ha riguardato la definizione da dare alla dimensione tempo. Mauro, un amico della mia età che abita a Senigallia, mi manda questa citazione di W.Blake:
“Whilst virtue is our walking staff, and truth a lantern to our path, we can abide life’s pelting storm, that makes our limbs quake, if our hearts be warm”
che traduco liberamente così:
“Se la virtù è il nostro sostegno nel cammino e la verità una lanterna la nostro sentiero, noi possiamo affrontare le tempeste della vita che fanno tremare le nostre ossa affinché i nostri cuori siano caldi”.
Il telegiornale del mattino di venerdì 12 agosto 2011 riporta le immagini delle inusuali inondazioni in Scozia. Siamo preoccupati per il resto del viaggio, ma non possiamo farci niente. Il bel tempo per ora qui si mantiene tanto che il canale è costellato di barche a vela. Nella consueta camminata verso il centro città notiamo un prato punteggiato di bianco; non sono margherite, ma piume di uccello. Lungo il bordo stradale ci sono i bidoni (Grit – Salt) usati per immagazzinare il sale durante il periodo invernale. Dopo un po’ di shopping andiamo a visitare il Forte Charlotte, costruito da Carlo II^ nel 1665 per la difesa del canale, durante la seconda guerra olandese. Ricostruito nel 1781-82 durante la guerra americana di indipendenza è stato denominato dalla regina di Gorge III^. Il forte ha una batteria a difesa del canale e bastioni massicci. Poteva ospitare fino a 270 soldati. Fra gli edifici che si possono visitare vi è il magazzino delle polveri, un edificio isolato all’interno di un cortile circondato da alte mura. Feritoie alle pareti consentivano la ventilazione. Gli uomini si cambiavano di abito prima di entrare. Ancor oggi vi sono cannoni sui bastioni da dove si ammira un bel panorama sul canale popolato di barchette dalle vele bianche e rosse. Nel corso del tempo il Forte è stato utilizzato come prigione, dogana, palazzo di giustizia e stazione della guardia costiera. Nel 1868 una batteria alternativa fu posizionata a North Ness, a nord del Forte dopo le lamentele per il rumore espresse dagli abitanti locali. Oggi il Forte è sede del 105^ Reggimento Reale Artiglieria e ufficio di arruolamento dei cadetti dell’esercito.
La Town Hall (Municipio) si trova in un edificio che sembra una chiesa. E’ aperto ai visitatori. Al primo piano un grande salone con belle vetrate, soffitto a volta e un quadro con la regina regnante. Al pianterreno la sala del Consiglio e le immancabili toelettes. Su un tavolo dell’ingresso vi è un libro che accoglie le condoglianze per i fatti accaduti nella vicina Norvegia. Non manca la bandiera di quel paese, croce blu orizzontale, orlata di bianco, in campo rosso. Ci meravigliamo molto che ci abbiano fatto entrare senza il minimo controllo, invitandoci a visitare le parti pubbliche dell’edificio, indicandoci la toelettes, a differenza di quanto avviene nel nostro Paese. Percorriamo un viottolo in discesa con passamano in ferro e lampioni stradali a forma di lampara, per arrivare alla House of Hope – Beit Hatikva. Un’altra sede di spiritualità. Una coppia di frequentatori del centro ci spiega che spera nella vita eterna. A nostra volta manifestiamo la nostra sorpresa di aver trovato tanti tipi di chiese diverse, espressione di differenti approcci allo stesso Dio. Mentre aspettiamo l’arrivo del nostro ferry per l’isola di Bressay osserviamo le operazioni di ormeggio della nave da crociera Clipper Odyssey. Anche questo è un nome non nuovo, devo averlo trovato nei depliants delle crociere per l’Antartide. Sbarcati a Bressay, ci dirigiamo al Maryfield House Hotel, per un frugale pasto. Un cartello ci sbarra la strada: “No lunches today – Apologies”. Ci accontentiamo di dividere in due la porzione provvidenziale di fish and chips comprata da Gemma a Lerwick. La nostra meta di oggi è il faro ad una estremità dell’isola. Iniziato il cammino, le pecore ci guardano come per dire: Che ci fate qui? Seguiamo la freccia per Kirkabister. Un gruppo di macchine che ci sorpassa significa che è arrivato nuovamente il ferry. Anche una famigliola di ciclisti ci supera, costeggiando una piccola insenatura con l’alta marea in corso. Ai bordi dell’acqua marina, un gruppo di mucche mangia delle alghe: sempre di erba si tratta, magari condita con un po’ di sale. Nel camminare fronteggiamo sole e vento. Anche oggi è giornata di bucato. Un caccia a bassa quota, riga l’orizzonte. Al bivio per Glebe e Kirkabister passa il camioncino rosso della Royal Mail per le consegne quotidiane, che si infila in una stradella laterale. Quando arriviamo all’area giochi del paesetto di Glebe ci raggiunge il furgone postale, ma non ci sono lettere o cartoline per noi. Domandiamo ad una signora che sta curando le piante del suo giardino quanto sia distante il faro. Ci risponde un paio di miglia e si offre di accompagnarci. Non possiamo non accettare una simile cortesia. In effetti avevo pensato che un passaggio in macchina all’andata ci avrebbe fatto comodo. La Signora si chiama Thelma e ovviamente conosce la maestra del villaggio che, l’altro giorno, ci ha portato all’imbarco per Noss. Il faro di Bressay si trova in una posizione splendida. Situato a 32 mt slm, è alto 16 mt. Le sue coordinate sono: 60° 07’ 02” N; 01° 07’ 02” W. Emette due lampi bianchi ogni 20 secondi, con una portata di 23 miglia nautiche. Segna l’entrata meridionale del porto di Lerwick. Disegnato da David & Thomas Stevenson fu costruito nel 1858. La famiglia Stevenson comprendeva anche Robert Louis Stevenson, il famoso scrittore de “L’isola del tesoro”. Un farista e due assistenti con le loro famiglie hanno vissuto qui fino al 1989, quando il faro fu automatizzato. Il faro è oggi gestito dal Northern Lighthouse Board, con sede ad Edimburgo, responsabile di una rete di oltre 200 fari lungo le coste della Scozia e delle isole. Le costruzioni abitative sono state acquistate nel 1995 da Shetland Amenity Trust, un’organizzazione caritatevole. Previo accordi, chiunque può qui alloggiare. Rinfrancato lo spirito, verso le 15,10 iniziamo la via del ritorno. Riprende la sequenza delle immagini. Un piccolo molo che si protende nel mare serve da attracco per le merci destinate al faro. Qualche casa diroccata, segno dei passati insediamenti, si stende lungo le pendici della collina (Ward Hill mt.226), sulla cui sommità svettano due antenne televisive. Al termine della salita della strada vi è una panchina da cui si gode una bella vista del faro e dell’ingresso del canale. Superiamo un cattle grid lungo la strada, che serve ad impedire che gli animali passino da una proprietà all’altra. Un cartello propone la vendita di una casa con campo, occasione unica per gli amanti della solitudine e del silenzio, lontano dalle folle cittadine. Arriva il furgone postale; deve ormai essere al termine delle consegne, perché da questa parte l’isola è finita. Un laghetto ai piedi di una collina costiera crea un grazioso contrasto di colori. Il rumore del trattore rosso che lavora nei campi rompe il silenzio del posto. Anche in questa parte dell’isola ci sono rigagnoli d’acqua color vinaccia. Una barca galleggia sul verde della collina, sembra fronteggiare un’enorme onda anomala. Ad una sosta Gemma dialoga con il pony che si è avvicinato al bordo stradale del recinto. Anche un altro pony pezzato si avvicina ed aspetta coccole. In lontananza il bianco ferry attraversa il braccio di mare blu fra due alture marrone. Un ragazzo rincorre alcune pecore belanti. Su un letto di vento, i belati si mescolano ai cinguettii ed ai richiami intermittenti di uccelli sconosciuti. Oche dal becco giallo passeggiano libere sul prato. Al bivio per Ham si erge solitaria una cabina telefonica. Sul bordo di un recinto un nanetto di terracotta sta a protezione di una casa. Si sente odor di bruciato: un contadino sta bruciando alcune stoppie. Prima di South Ham due mucche bevono il piscio delle pecore e si leccano anche i baffi. Camminando raccolgo alcuni fiori per farli vedere a qualcuno, per sapere il loro nome. La Signora Diana si dichiara incompetente, ma ci accompagna dalla sua vicina Roseline che ha un bel giardino e che ha vinto un premio per i suoi fiori. Così, facendo le spelling, prendo nota dei nomi inglesi dei fiori: wisteria, fuchsia, clover, aster, spirea e willow bay herb. In segno di riconoscenza regalo a Roseline il mio mazzolino di fiori selvatici. Da lontano, i tori straiati sull’erba compongono un quadro astratto. L’ultima visita riguarda Guardie House, attualmente abitata dal Lord Lieutenant delle Shetland, che si vede distintamente anche da Lerwick. Dalla strada principale si stacca una carrareccia alberata che conduce alla villa. La bandiera delle Shetland che sventola allegra al vento segnala la presenza del Lord a Palazzo. Giriamo tutto intorno alla casa. Silenzio, assenza di persone. Il muro esterno del cortile padronale, lato mare, ha un portale in pietra con due colonne incorporate e due palle sommatali incrostate di licheni. Il motivo ornamentale in ferro battuto è corroso dalla ruggine. Sembra che il portone di legno grezzo non si apra da tempo immemorabile. Eppure la presenza di un piccolo attracco che doveva servire ad accogliere degnamente i visitatori giunti via mare, fa immaginare sontuose feste. Due velieri delle crociate sono rappresentati in un pannello ligneo posto sul cancello di confine. Sostiamo un poco sul prato prospiciente il canale. Le antenne di Ward Hill non si vedono più: penetrano completamente la coltre delle nubi basse, ma dove siamo noi brilla il sole. Il ferry è appena arrivato, la nave per la Scozia sta salpando, un cargo aspetta il pilota per entrare in porto. La nave della Northlink aumenta l’andatura avendo lasciato dietro di sé il pulviscolo di barchette che popola il canale. Il ferry delle 17,45 lascia puntuale l’ormeggio per dirigersi alla Mainland. Cena di saluto al Maryfield House Hotel, che ormai è diventata la nostra mensa di fiducia. Prima di uscire dal locale noto queste due targhe all’interno del bar:
Rule 1: The barman is always right. Rule 2: If the barman is wrong refer to rule 1
The customer is always right; sometimes confused, misinformed, rude, stubborn, changeable and even dawnright stupid but never wrong!
Sbarcati dal ferry a Lerwick ritorniamo all’hotel attraverso le strade del porto, passando accanto al mercato del pesce. I gabbiani volano alti nel cielo, quasi fermi. Le barche a vela navigano fortemente inclinate. Due vele vanno in direzione opposta, sfruttando lo stesso vento. Safety first è scritto sul ponte di comando della petroliera Sarnia Liberty che sta scaricando petrolio. E’ issata la bandiera rossa ad indicare la potenziale pericolosità dell’operazione in corso. Operatori con elmetto controllano le pipe lines. Di fronte al museo visitato il giorno prima, Gemma trova una moneta da due sterline sopra ad una barca. Sarà il suo pedaggio per Caronte. In prossimità dell’albergo, la proboscide della passerella che conduce all’imbarco è orfana della nave. Rientrati in albergo facciamo a tempo a seguire la seconda parte dell’odierno concerto dalla Royal Albert Hall di Londra, trasmesso da BBC4 che prevede colonne sonore dai films di James Bond ed infine la musica di Ennio Morione da Il buono il brutto e il cattivo del film di Sergio Leone.
Il giorno dalla partenza dalle Shetland, sabato 13 agosto, è piovoso. Non ci dispiace anche perché così si percepisce qualcosa di come può essere qui la vita durante l’inverno, con cieli grigi, poca luce, acqua e vento. La pioggia scende a raffiche. Con il bus delle 9,15 ripercorriamo la parte meridionale di Mainland fino all’aeroporto di Sunburgh. Per l’attraversamento della testata della pista dobbiamo aspettare per un velivolo in partenza. Nonostante il brutto tempo gli aerei vanno e vengono, come pure gli elicotteri delle piattaforme petrolifere. Le operazioni di ceck-in sono veloci.
Nella sala di attesa, oltre ad una vetrina con foto e pompe di benzina in miniatura della Shell, Esso e BP, c’è un biplano in bronzo sopra un’onda a ricordare “First scheduled flight by Captain Ted Fresson OBE to Shetland in de Havilland Rapide G – ACPN from Aberdeen (Tintore) to Sumburgh Aerodrome on 3rd June 1936 The flight signalled the start of scheduled passenger services by his Highland Airways airline between Scotland and the mainlamd”. Dall’ampia vetrata osservo che a breve distanza di tempo l’uno dall’altro due grossi elicotteri dall’enorme pala rotante si posizionano sulla pista come un aereo in attesa dell’autorizzazione al decollo: prima si sollevano in verticale poi inizia il volo seguendo la pista. Una coppia di luci in avvicinamento segnala l’arrivo dell’aereo che ci porterà ad Aberdeen. I monitors degli arrivi e delle partenze riportano nomi di città scozzesi e qualcuna della Norvegia: Aberdeen, Glasgow, Edimburgh, Kirkwall, Inverness e Bergen. In attesa dell’imbarco Gemma sciorina una mini filastrocca in inglese:
Grey, rain, grey (cielo e mare)
Grey, rain, green (cielo e terra)
Yellow, blue, yellow (interno dell’aerostazione)
These colours I’ve seen! (sintesi cromatica)
All’uscita dall’aerostazione di Aberdeen, in attesa del bus che ci porti alla stazione ferroviaria, noto la bandiera della Mongolia sull’enorme zaino di una ragazza davanti a noi. Non credo che sia stato cucito lì per figura. Infatti la ragazza spiega di esser stata in Mongolia nel febbraio scorso, arrivando a UlaanBaatar con la ferrovia transmongolica da Pechino. La città era avvolta dal gelo di meno 22°C.

DUNDEE

 

Il nostro albergo Queens Hotel, 160 Nethergate, non è lontano dalla stazione. E’ un edificio maestoso di epoca vittoriana con qualche pretesa di eleganza per il grande scalone interno.
Una targa all’ingresso dell’hotel ricorda che Sir Wiston Churcill soggiornò in questo albergo in molte occasioni fra il 1908 e il 1922. Nella campagna del 1908 divenne membro del Parlamento per il partito Liberale per Dundee. Accanto alla targa un quadro con la lettera di Churcill in cui si lamentava “for the trial and tribulation of his breakfast on the morning”.
In un locale contiguo all’hotel visitiamo una interessante mostra di Michael Peto, un fotografo ungherese, sui Beatles. Al primo piano dell’hotel c’è invece una mostra “The art of John Lennon”. Cito tre immagini che hanno attirato la nostra attenzione:
Tokyo – Summer of ’77 4800 GBP (una famigliola con palloncino)
Once upon a time there was no problem 4800 GBP (Babbo che coccola un bebè con biberon)
Every day in every way 1300 GBP (schizzo con il volto di lui e di lei, entrambi con gli occhialini, molto somiglianti).
Dopo cena facciamo una passeggiata per la città e sostiamo alla terrazza panoramica sul Firth of Tay con vista dei due ponti stradale e ferroviario. Su una panchina sottostante tre compagni un po’ alticci bevono direttamente dalle bottiglie di birra. Al n. 172 di Nethergate troviamo la casa di riposo Caird. Come si saprà James Caird, industriale manifatturiero, è stato uno dei maggiori finanziatori della spedizione Endurance di Shackleton. James Caird si chiama la barca con la quale Shackleton ha compiuto la mitica traversata dall’Isola di Elefante alla Georgia del Sud per cercare soccorso, dopo l’affondamento dell’Endurance, schiacciata dai ghiacci. Una targa ricorda la storia dell’edificio:”This building and the grounds adjoining were gifted to the Community by James Caird Esq. LL.D. 1911 and were dedicated for the purposes of a place of restaud recreation for aged persons. Opened 17th May 1912” Oggi è un dipartimento dell’università di Dundee. Nella piazza principale della città si trova la Caird Hall, anch’essa donata dall’industriale James Caird, ora sede di spettacoli e concerti. Un cartiglio sul frontone del palazzo rammenta: Dei donum, prudentia et candore. Dundonians si chiamano gli abitanti di Dundee. Fra i più famosi, oltre James Caird, si ricordano:
James Chalmers, l’inventore del francobollo postale adesivo
Janet Keillor, l’inventore della marmellata.
Forse pochi sanno che Dundee è stata il punto di partenza per un volo non stop con un idrovolante eseguito nel 1938 quando “The Mercury” volò per 42 ore e sei minuti prima di atterrare in Sud Africa. Un’altra sorpresa ci aspetta in Seagate. Una targa ricorda il luogo di nascita nel 1772 di Sarah Wiedeman, madre di Robert Browing, il poeta che Shackleton ammirava. Al 75 di Seagate, di fronte a Pizza de Roma, vi è un locale notturno la cui insegna è tutto un programma: Lazy days lively nights. La statua di Adam Duncan, ammiraglio inglese (1731 – 1804) si trova accanto a St. Paul Cathedral, chiesa episcopale scozzese. Fa impressione e pena vedere un ragazzo sui 25 anni, in kilt, il tipico costume scozzese. Sta sdraiato sui gradini della chiesa ed è palesemente ubriaco. Invece, davanti alla St. Mary’s, Chiesa di Scozia, vi sono le statue di cinque pinguini, rappresentati in diversi atteggiamenti del loro buffo camminare. Concerto di gabbiani per tutto il tempo della nostra passeggiata serale.

Domenica mattina ci incontriamo con Pat e Jean, gli amici inglesi che sono venuti appositamente a trovarci da Haltwhistle – Northumberland, con un viaggio in macchina di tre ore circa. Anche loro sono cattolici e quindi andiamo assieme alla vicina chiesa dove ascoltiamo la Messa durante la quale viene battezzata la piccola Jessica. Con mia sorpresa ricevo il foglietto della Messa in italiano. Due giovanotti davanti a noi masticano in continuazione chewing-gun. Penso che sia una mancanza di rispetto masticare gomma in chiesa. Uno dei due va anche a fare la comunione; non voglio pensare alla commistione fra le due sostanze.
Durante la passeggiata prima di pranzo parlo con Jean e le chiedo se per caso il nome della cittadina Montrose, incontrata durante il viaggio in treno di ieri, ha qualche relazione con il personaggio da lei ammirato. Mi risponde di sì e mi racconta la sua breve biografia. James Graham Montrose, quinto conte e primo marchese di Montrose è stato un generale scozzese (Montrose 1612 – Edimburgo 1650). Allo scoppio della guerra civile inglese parteggiò per Carlo I, e fu nominato (1644) tenente generale e creato marchese. Con una serie di vittorie sui parlamentari e sui covenanters si impadronì della Scozia, ma non riuscì a tenere in vita l’accordo realizzato tra alcuni clan; e sopraffatto a Philiphaugh presso Selkirk (sett. 1645) da David Leslie, si salvò con la fuga. Esule, ai servigi di Carlo II, tentò di sollevare un’insurrezione in Scozia, sbarcando dall’Olanda con 1200 uomini. Sconfitto a Carbiesdale (1650), fu processato e giustiziato. Covenanters sono gli scozzesi, di fede presbiteriana, firmatari dell’atto adottato dal parlamento in risposta all’imposizione della liturgia inglese sulla Scozia da parte di Carlo I e dell’arcivescovo Laud. I covenanters furono da allora il partito dominante in Scozia fino al 1651, quando gli Scozzesi vennero sconfitti da Cromwell. Perseguitati da Carlo II (1662), nel 1665 si ribellarono. A Edimburgo vi è una associazione che ricorda James Graham Montuose, che pubblica un Bollettino ed indice riunioni annuali, alla quale Jean è iscritta. Con il passare del tempo il numero dei soci si riduce perché la storia non è più motivo di studio e approfondimento.
Nel pomeriggio della domenica visita alla nave Discovery, varata a Dundee il 21.03.1901 ed impiegata nella spedizione nazionale britannica in Antartide, denominata Scoperta, al comando di Robert Falcon Scott. Il 6 agosto 1901, la nave Discovery salpa dall’isola di Wright diretta in Antartide che raggiunge l’8 gennaio 1902. Scott impiega il primo mese per cartografare la costa, dopodiché, in preparazione dell’inverno, getta l’ancora nel canale McMurdo. Contrariamente al piano che prevedeva di trascorrervi l’inverno e poi salpare per una nuova zona, la nave rimane bloccata dal ghiaccio per i successivi due anni. Nonostante ciò la spedizione è in grado di localizzare il Polo Sud Magnetico. Scott, Shackleton ed Edward Wilson stabiliscono anche un record raggiungendo 82° 18’ sud. La nave riesce a liberarsi solo il 16 febbraio 1904 grazie ad una naturale rottura del pack seguita da un uso controllato di esplosivi per aprire un varco verso il mare aperto. La RRS Discovery può così salpare verso l’ Inghilterra e far ritorno a Spithead il 10 settembre 1904. Il mio interesse per la Discovery deriva dal fatto che Sir Ernest Shackleton prestò servizio su questa nave. Shackleton, che era nato nel 1874, si offrì volontario per partecipare alla spedizione, ma fu inizialmente rifiutato. Tuttavia, per il personale interessamento di Llewellyn Longstaff, che aveva finanziato la spedizione, fu imbarcato con il grado di terzo ufficiale ed il compito di curare gli approvvigionamenti e lo stoccaggio delle merci. Il suo nomignolo a bordo era The Parsenger, perché proveniva dalla marina mercantile e non dalla Royal Navy come la maggior parte dell’equipaggio. Sir Clements Robert Markham, Presidente della Royal Geographical Society e principale responsabile ed organizzatore della National Antarctic Expedition del 1901 – 04, si esprime in questi termini nei confronti di Shackleton: “the expedition was fortunate in finding such and excellent and zealous officer. He is a steady high principled young man full of zeal, strong and hard working and exceedingly good tempered”. I rapporti fra Scott e Shackleton non furono dei migliori. Scott rispedì Shackleton in Inghilterra con la nave Morning, dopo il primo inverno, perché affetto da scorbuto. La storia ricorda che durante la spedizione Terra Nova Scott con Bowers, Evans, Oates, Wilson, raggiunse il Polo Sud il 17 gennaio 1912, 33 giorni dopo Amundsen e che morirono tutti durante il viaggio di ritorno. Anche la Discovery fu mobilitata per il salvataggio degli uomini dell’Endurance. Nel 1916 quando la Discovery raggiunse Montevideo, il capitano Fairweather ebbe la notizia che Shackleton era riuscito a trovare la nave cilena Yelcho per recuperare l’equipaggio dell’Endurance lasciato all’Isola di Elefante.
Da Dundee ad Aberdeen noi torniam col trenin.

IL VIAGGIO DI RITORNO

 

Durante il viaggio in bus verso l’aeroporto di Aberdeen scambio qualche parola con la mia compagna di posto, la Signora Sarah, diretta a Exeter, Devonshire. Le racconto in breve del nostro viaggio alle Orcadi, con particolare menzione della chiesa italiana, di cui aveva sentito parlare. Causa ritardato arrivo dell’aeromobile in transito il nostro volo per Amsterdam è posticipato, ma non di molto. Per ridurre il ritardo i passeggeri, dopo il superamento del gate e ritiro della carta di imbarco, vengono fatti attendere, in piedi, in uno stretto corridoio. L’organizzazione ricorda quella dei pastori che raggruppano le pecore negli appositi stalli, lì per tosare la lana, qui per spillare danari. Per fortuna l’aereo della KLM è un Embraer 190, con i posti 2+2 per fila. Ci sono stati assegnati i posti 26A e 26C, i migliori, in fondo all’aereo. Decollo alle 2 pm locali. Il volo dura 1h20’ e offre in visione: terra, nuvole, sole, cielo sereno, mare, costa.
Durante la sosta di transito ad Amsterdam riusciamo a fare uno spuntino a base di pesce, molto buono, accompagnato da un bicchiere di vino bianco. Un piacere dello spirito e del corpo. Il volo per Roma è affollato, il decollo ritardato per un rullaggio fino alla pista più lontana. Caldo all’arrivo a Roma. Durante il breve volo da Roma per Firenze, sull’aereo denominato Isola d’Ischia (una volta gli aerei AZ avevano il nome di una stella), attraverso piccoli visori vengono date informazioni sulla rotta. In pratica l’aereo vola per un quarto d’ora in salita fino a 6000 mt con una velocità massima di 805 kmh. Poi nei successivi quindici minuti effettua la discesa. Atterraggio lungo sulla corta pista di Peretola, con brusca frenata. La temperatura esterna è di 25°C.
In allegato, l’itinerario aereo con l’indicazione del percorso seguito, delle compagnie utilizzate e degli orari nonché degli alberghi nei quali abbiamo alloggiato.

Giovedì 4 agosto 2011

Firenze FLR p. 11,25 AZ 1678
Roma ROM a. 12,20

Roma ROM p. 13,35 AZ 0110
Amsterdam AMS a. 16,10

Amsterdam AMS p. 21,30 KL 1449
Aberdeen ABD a. 22,00

Venerdì 5 agosto 2011

Aberdeen ABZ p. 16,00 BE 6834
Kirkwall KOI a. 16,50

Martedì 9 agosto 2011

Kirkwall KOI p. 11,00 BE 6911
Sumburgh LSI a. 11,35

Sabato 13 agosto 2011

Sumburgh LSI p. 11,20 BE 6773
Aberdeen ABZ a. 12,20

Lunedì 15 agosto 2011

Aberdeen ABZ p. 13,25 KL 1446
Amsterdam AMS a. 15,55

Amsterdam AMS p. 18,25 AZ 0111
Roma ROM a. 20,40

Roma ROM p. 21,25 AZ 1681
Firenze FLR a. 22,25

 

forth road bridge, Dundee

forth road bridge, Dundee

 

-Fine seconda parte – Prima parte

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